L’amore ai tempi del sugo della nonna

L’amore sa di casa, come il profumo del sugo che faceva tua nonna quando ti arriva addosso mentre stai camminando per strada in una città che non conosci. Che pensi immediatamente a quando tornavi da scuola e sentivi quell’odore nell’aria ancor prima di aprire il portone del palazzo e pensavi “sono tornato”. E il sugo ti avvolgeva nell’androne e poi lungo le scale e sul pianerottolo, pian piano, poco per volta, come se ti facesse sobbollire rimescolandoti tutto per renderti più buono nel momento in cui avresti varcato la soglia. Spariva la noia dell’ultima ora di lezione, il fastidio per gli scherzi cretini del più furbo della classe, la stanchezza del dettato alla prima ora, con ancora la testa immersa nei pensieri del sonno. Tutto sparito, giusto in tempo per scolare la pasta in un tempismo perfetto.

E adesso che sei grande e sei per strada in una città che non conosci, ma che forse è quella in cui sei sempre vissuto, solo che quasi quasi proprio non ti pare, ti fermi, per colpa di quel profumo. E vorresti suonare i campanelli, capire chi si nasconde dietro a quella ricetta, vedere se c’è qualcosa – in quella persona – in cui specchiarti per un momento. O almeno un piatto di pasta da condividere, per sentire di nuovo quel preciso sapore. Poi ti basta sapere che ancora esiste per passare dalla nostalgia alla speranza, per riprendere a camminare, per pensare che forse basterebbe trovare gli ingredienti giusti da mescolare.

Ecco, quando troverai chi sa riportarti a casa, non importa quanto vicino o lontano tu sia andato nel mentre, quando sentirai quel profumo, fermati. Potresti essere arrivato.

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Milano centrale

I ragazzi che si baciano sulle banchine di Milano centrale sono uno schiaffo in faccia all’efficenza, al cinismo dei praticanti ortodossi delle 24 ore di cui 20 occupate dalle cose che hanno un peso. Loro non hanno un peso, galleggiano fra la folla senza nemmeno prendersi il disturbo di trovare un angolo in disparte. Sono allegri o molto malinconici, non hanno tempo per trovare lo spazio giusto quando il tempo è poco e ci sarebbero ancora un sacco di cose da dirsi, da farsi. Se il tempo è poco, spesso è quello giusto.

I ragazzi che si baciano sulle banchine di Milano centrale hanno il coraggio di ricordarci che esiste un bello che ci meritiamo. Che non è quello che lampeggia dalle insegne luminose ai lati delle scale mobili e nemmeno quello riflesso nelle vetrine di bar e negozi. O sullo schermo del cellulare.

E non è facile trovare il bello fra chi ti spinge, fra le rotelle delle valige che ti solcano il piede e i trolley che ti attentano la caviglia. Fra chi sbuffa e non capisce, fra chi chiede spazio per passare di fretta, sempre di fretta, per non ricordarsi che forse non sa nemmeno bene dove sta andando, c’è qualcuno che si ferma. E pensa a quanto è bella, in fondo, la stazione, alle coincidenze mancate, ai treni presi di corsa per colpa dei saluti, sempre all’ultimo, col giusto tempo, sulla banchina.

Poetar coi fanti. Con tante scuse a Guido Catalano.

Appunti dalla prosotrincea. 

In prima linea, ma a mezza via.

Sarebbe poi bello saper scrivere come quel poeta lì, quello che dice cose tanto poetiche parlando di cose tanto banali. Come uno che ti dichiara il suo amore dicendo che proprio non può sopportare le persone che mangiano di fretta, perché gli trasmettono la fastidiosa sensazione che non si sappiano godere la vita, che siano sempre da un’altra parte, che siano distratte rispetto al bello e che nella vita non c’è nulla di più intollerabile del non saper apprezzare il bello e goderselo, lì per lì, quando capita. E che nonostante non possa sopportare le persone che mangano in fretta, che non vedono il bello, che non si godono il momento, ti ama lo stesso perché sei tu e tu gli stai sulle scatole in modo speciale.

Oppure come chi sa descrivere l’autentica malinconia di una giornata di sole estivo, quando tutto è illuminato, quasi riarso, e stai portando in stazione l’ultimo amico rimasto in città, che parte finalmente per le ferie. Scarichi la valigia, di quelle da quindici giorni, e la borsa da spiaggia. Lo accompagni sul binario e mentre butta il mozzicone di sigaretta prima di salire sul treno in partenza gli auguri buone vacanze e imbocchi le scale del sottopasso. Mentre scendi senti il fischio del capotreno e il soffio delle porte che si chiudono e pensi che per almeno una decina di giorni la città è tua. Drammaticamente tua. Che non c’è niente di bello nella solitudine a cui bisogna rassegnarsi. La solitudine è bella se attiva, passiva è una grandiosa fregatura.

O come chi sa raccontare di quella volta che si era preparato per un incontro al bar neppure si trattasse di un appuntamento col destino. Si era preso del tempo, aveva scelto con cura perfino i calzini, perché – si sa – i calzini sono un indumento rivelatore. Una bella giacca la possono scegliere tutti, una cravatta comunica, quasi con impudenza, un preciso messaggio allo spettatore. Larga presidenziale, sottile e annodata lasca Sex Pistols, a fiocco risorgimentale,  sottile e annodata stretta macosatièvenutomainmente. L’intimo poi, una volta che ci sei arrivato, non puoi mica far tante storie. Magari ti dice qualcosa, ma se è un messaggio di conferma tutto bene, altrimenti bene uguale e se ne riparla la volta prossima. Mica si può giudicare l’apparenza arrivati all’intimo. Il calzino invece viola le regole. Normalmente trascurato, potenzialmente visibile anche durante un semplice caffè, dice più di quel che dovrebbe dire: ammicca e insinua come la portinaia che “non vorrei dire, anzi di sicuro mi sbaglio, ma…“. Dunque avevamo lasciato il nostro scrittore, che sarebbe bello esistesse e potesse scrivere come quel poeta che compone cose tanto poetiche a partire da cose tanto banali, in piedi davanti al bar, a guardare distrattamente il telefonino e controllare, con il secondo piano sfumato della macchina da presa cranica, l’effetto del calzino in controluce. Poi in penombra. Poi nella luce verdognola dell’insegna ormai accesa. E lo lasciamo lì, lo scrittore con tanta poesia da tirar fuori dalle cose banali e così tante banali occasioni mancate. Tutte sprecate ad attendere un appuntamento col destino che si è anche dimenticato di rimandare, lui si, con due banali parole di scusa su Whatsapp.

Singhiozzo

Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.

E probabilmente è anche vero, ma forse ha ragione Cleopatra quando dice che dell’infelicità, del male, delle miserie si è scritto, parlato e “analizzato” tanto, che forse rimane poco di originale da dire, che forse occorre guardare, non senza un certo timore di cadere nella più retorica banalità, al bello, al bene, alla felicità. Scrivere di felicità è imbarazzante. Sembra di tornare ai temi delle scuole elementari, quelli che immancabilmente si chiudevano con un “È stata proprio una bella giornata“. La paura di apparire ingenui, creduloni e superficiali, il pudore di mostrare un sentimento che siamo abituati a fruire solo in modo passivo e mediato e mai a esercitare fino in fondo ci frena.

Siamo preparati a parlare di problemi, dal semplice accenno all’accorato racconto ricco di dettagli, ma non siamo preparati a condividere la felicità. Quante volte ci siamo sentiti rispondere alla domanda “Come va?” – fatta a un amico, non certo per cortesia a un semplice conoscente – un “Sono felice“? Non è solo reticenza, non è solo riservatezza: la felicità è un sentimento démodé. Quasi ci vergogniamo se ci capita di provarla.

Non tutti sono felici allo stesso modo. Io non ricordo di aver mai saltato di gioia. Non ho mai battuto le mani – nemmeno da piccola – non mi è mai capitato di commuovermi, di lanciare un grido. Eppure ho visto queste felicità e so che esistono.  Eppure io sono stata felice. Non tutte le felicità sono uguali. La mia felicità implode. Mi ritrovo senza parole, impossibilitata a comunicare, tanto che spesso chi ho davanti mi chiede “Ma sei contenta?“, quasi disorientato. Taccio o mi escono solo inutili frasi di rito, abbozzo un sorriso, spesso abbasso lo sguardo. La mia felicità si manifesta in uno spazio che va dalla bocca dello stomaco alla gola. Si concentra in quel punto e si ferma lì, riscaldandomi la faccia dall’interno. Mi si scaldano le orecchie, le guance, credo mi si scaldino anche i capelli. Soprattutto se fuori fa freddo. Dura un breve spazio, non si fa analizzare volentieri, non obbedisce ai richiami, come la malinconia o la tenerezza. Non accompagna per lunghi tratti come la tristezza, che ti frega, perché a volte finisci per scambiarla per una buona compagna.

Si ferma lì in gola, per poco tempo, giusto quel che basta per farci caso, poi si trasforma in altro. E a volte viene il dubbio che si sia trattato solo di un principio di singhiozzo, che – strano caso, nei modi di dire – in fondo lega tristezza e felicità.

 

Amore, polpette e tante scuse a Frida Kahlo.

Ti meriti un amore che sfugga ai saggi consigli, agli articoli su “come restare felici a lungo insieme”. Che non ami i tuoi difetti, che sappia dirtelo e che non finga che va sempre tutto comunque bene, con tutto il coraggio che comporta. Che sappia dirti che tu vai bene, perché lo sai, ma a volte serve un ripasso. Che trovi il tempo, anche quando non c’è, per fermarsi ad ascoltare. Ti meriti un amore con cui stare in silenzio, senza smettere mai di condividere i pensieri importanti. Che non risponda per frasi fatte, che ti sappia stupire per quello che è, che tu sappia stupire per quello che sei. Che ti dia sicurezza, tenendo lontana l’abitudine. Un amore per il quale tu sia un punto fermo, ma mai scontato.

Che non si vergogni di dedicarti una canzone, che non trovi banale ricordarsi piccoli eventi di poco conto, che ammosci il conflitto in una risata strappata, come la spoletta di quella granata che stavi lanciando, disinnescata proprio quando c’erano tutte le premesse per una terza guerra mondiale. Che conosca i tuoi punti deboli e non li usi mai contro di te. Che ti abbia mostrato i suoi punti deboli, perché sa che i superpoteri non esistono. Che vuole esistere ed esserci per te. Un amore con cui mangiare, dormire, fare la rivoluzione.

Che ti faccia sentire a casa anche quando non ci sei, che è una cosa semplice, ma impossibile da fare solo seguendo – passo a passo – una ricetta dettata da altri, anche la migliore. Come le polpette.

 

Storia di una panchina

Rieducazione sentimentale contro il cinismo quotidiano

Ci sono quelle di montagna, che se ne stanno addormentate fuori dal rifugio per lunghi mesi invernali, sepolte sotto la neve, in silenzio. Aspettano il disgelo e il primo escursionista che, stanco per la salita, si abbandonerà sollevando lo sguardo verso la cima vicina. Ci sono quelle di mare, incrostate di salsedine, momentaneo trespolo di qualche gabbiano. Aspettano la bella stagione, le prime domeniche di sole, qualcuno che – per una breve fuga da sé stesso – ha scelto il mare d’inverno.

Aspettano quegli attimi di presente che ogni giorno, inconsapevoli e indifferenti, scorrono accanto alle panchine di città.

 

Le parole in controtempo

Le parole in controtempo sono quelle che suonano bene, ma nel contesto sbagliato, sono quelle che abbiamo aspettato a lungo e che arrivano quando ormai ascoltarle ci provoca solo un tiepido sorriso, sono quelle che sono state rimandate – in attesa nel momento giusto, della giusta situazione, in attesa di essere formulate con la giusta forma  e il giusto modo – sono quelle di cui abbiamo immaginato il suono, anzi, la sensazione che avrebbero provocato. Sollievo, gioia, sicurezza, liberazione. Le parole in controtempo non sono mai sbagliate, sono state pesate a lungo, e – anche quando sono improvvisate –  vengono da lontano e con i movimenti intorpiditi dalla stanchezza ci inciampano addosso. E noi le schiviamo. Sono quelle che noi avremmo voluto sentir pronunciare in tante occasioni e in altrettante non siamo stati capaci di dire. Le parole in controtempo sono quelle a cui è mancato il coraggio, sono quelle imprigionate dalla cautela, sono quelle per cui non c’è stato il tempo. Quando un tempo dovrebbe esserci sempre.

Sono un “resta” quando ce ne siamo andati senza muovere un passo, sono un “ci ha convinto” quando abbiamo chiuso un progetto nel cassetto, sono un “se hai bisogno chiama” quando non abbiamo più voglia di parlare, sono scuse, abbracci, critiche in piena faccia, consapevolezze e addii fatti per bene.

Le parole in controtempo sviluppano la trama dei nostri “alla fine vedrai” e “te l’avevo detto“. Ci danno ragione e, forse, fanno sentire meglio quelli che le pronunciano. Ci schiaffano davanti tutta l’insensatezza del tempo speso ad aspettare una soddisfazione che, a conti fatti, non ha nessun sapore. Perché ogni parola ha il suo tempo e quando suona tardi contribuisce alla costruzione di un discorso mai completamente chiuso, ma ormai privo di significato. Un discorso incompiuto, col suo potenziale inespresso, con tutti i mondi che avrebbe potuto, ma non ha voluto, costruire.

A che serviranno tutti questi discorsi? Forse a raccontare altri mondi, impossibili per il nostro, limitato, tempo lineare.