Bundesliga

C’è questa cosa, che io non riesco a non scoppiare a ridere ogni volta che sento la parola Bundesliga. A volte mi capita anche quando la leggo o quando inavvertitamente, per una serie di collegamenti mentali, più o meno misteriosi, mi trovo a pensarla. Fino a quando mi sono occupata di teatro del Settecento ammetto che il problema aveva, nella mia vita, un carattere del tutto marginale. Anche quando facevo la segretaria, la bibliotecaria, la web content writer, la correttrice di bozze, la fotografa, l’organizzatrice di campagne elettorali. Persino quando facevo la barista alle feste dell’Unità, perché era un bar, certo, ma pur sempre un bar in cui al massimo si parlava d’innocui campionati della Lega italiana.

Ora per lavoro mi occupo – anche – dei campionati di calcio europei e mi sono ritrovata ad inventare lunghissime perifrasi per non dover ricorrere al sintetico ed efficace termine puntuale. E pensavo che è curioso, che di solito dal tedesco all’italiano si abbrevia e non si allunga.

 

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