Perché c’è sempre un inizio

Da che mi ricordi sono sempre stata di sinistra. Non posso dire che si sia trattato di una scelta, di una di quelle cose che decidi scientemente ad un certo punto della tua vita, come il lavoro che vorresti fare (e che poi puntualmente finisci col non fare) o che vorresti vivere in campagna, adottare tre cani e produrti da solo l’energia elettrica. Sono nata di sinistra. Non mi sono mai annoiata alle feste dell’Unità, nemmeno quando finivo nella temibile “area dibattiti” e  non fuggivo di corsa alla ludoteca. Mi piaceva quel clima gioviale aromatizzato alla salamella, mi piaceva vincere premi orrendi alla gara dei tappi, mi piaceva ripararmi sotto il tendone della libreria quando – come in occasione di qualsiasi festa dell’Unità degna di tale nome – un diluvio di biblica memoria si abbatteva su di noi.

Il mio primo voto però è stato repubblicano. Avevo 5 anni e mio padre, forse per darmi una precoce lezione di educazione civica, mi aveva portato con sé a votare. Prima però avevamo fatto tappa in edicola per comprare una di quelle riviste per bambini da colorare. Gattini, alberi e casette con il fumo che esce dal camino. E pennarelli colorati in allegato. Incurante di un pericolo che sarebbe stato evidente per chiunque, mi portò con sé in cabina. Mentre votava la prima scheda io, democraticamente, votai utilizzando la seconda. L’edera mi sembrava il simbolo migliore (mi piaceva molto anche il sole sorridente dei Verdi, ma bisognava pur decidere). Gli accidenti tirati dagli scrutatori per la procedura di annullamento insegnarono qualcosa d’importante a mio padre. Io imparerai che votare era una cosa bellissima.

In quarta elementare in classe giocavamo al “Gioco della politica”. Alcuni miei compagni avevano portato a scuola i soldi “di Bossi”, le banconote padane, e si professavano leghisti, figli della gran madre Padania. Erano i ruggenti anni di “Roma ladrona la Lega non perdona” e del “Ghé pensi mì” brianzolo. Silvio Berlusconi incominciava a circolare anche fra i banchi di scuola e io, in questo tripudio di nuove personalità accattivanti e tubocatodiche, avevo scelto di impersonare il ruolo di Achille Occhetto. Sì, Achille Occhetto. Mi chiamavano comunista, dall’edera ero passata alla quercia.

 

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