Dittico (parte II)

A volte mi stupisco quando mi chiedono di dove sono e rispondo “di Parma“. Perché è difficile considerarsi parmigiani, se non si è – come si dice da queste parti – parmigiani del sasso.

Se i cappelletti in casa si mangiavano solo d’inverno e non si chiamavano cappelletti, ma anolini, se la prima porzione di caval pist* l’hai mangiata quando eri all’università, se “Ma da bò?” e “Ghe mèl” non avevano nessun significato prima degli anni del liceo. Se il 23 giugno non hai mai fatto la tortellata di San Giovanni e – a voler essere precisi – di casa erano più gli agnolotti e i tortelli di zucca che quelli di erbette. Se il bif e il lampostil hanno avuto bisogno di una traduzione da parte d’interlocutori sconcertati, se la carpetta e il panetto non è che fossero proprio concetti chiari. Se la prima gita a Lago Santo l’hai fatta alle soglie dei trent’anni, se per andare al mare non facevi mai l’autostrada della Cisa. Se non hai mai avuto la formaggiera a forma di parmigiano, se tua nonna non cucinava tutto condendolo con due etti di burro (tanto per incominciare).

A volte mi stupisco quando, soprappensiero, rispondo che “vivo a Parma”, come se fossi nata da qualche altra parte. E penso che mi sono sempre sentita un po’ fuori posto. E penso che è proprio strano sentirsi ospiti in casa.

*Piatto tipico parmigiano a base di carne di cavallo cruda

 

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