La cabina

1996

Fa caldo in vacanza con i genitori, molto più caldo che in città, e non c’è Whatsapp a salvarti da un’estenuante solitudine. Non c’è nemmeno il telefonino e non ci sono nemmeno le tariffe “all inclusive” per “chiamare tutti i numeri di rete fissa a 20 euro al mese”. Non ci sono nemmeno gli euro in effetti. Fa caldo e ogni proposta d’intrattenimento prevede ampie probabilità d’insolazione o il concreto rischio di finire divorato dagli insetti. E ti mancano gli amici. Nonostante i libri, nonostante il walkman dotato di un’infinita scorta di pile. In queste lunghe giornate apparentemente prive di senso – il valore della noia lo scoprirai solo quando sarà troppo tardi – l’unico appiglio è la telefonata agli amici. Perché hai quattordici anni e a quattordici anni l’unica cosa che veramente avresti voglia di fare è passare i tuoi pomeriggi con loro, parlandosi addosso.

Raccogli quindi tutte le monete a tua disposizione e qualche gettone, che son pur sempre duecento lire buone. Se sei fortunato, con i soldi della paghetta, hai comprato una scheda telefonica, di quelle con i disegni o le fotografie seriali, che qualcuno colleziona anche. Chissà poi che fine faranno. Con le tasche appesantite e risonanti vai a caccia della cabina del telefono e, sempre se sei fortunato, la trovi libera. Torrida (così come ghiacciata in inverno), ma libera. Hai un appuntamento telefonico, preso durante l’ultima chiamata, da onorare con estrema puntualità. Perché non ci sono i telefonini e bisogna chiamare quando l’altra persona è in casa, altrimenti si rischia di sprecare un gettone conversando con la segreteria telefonica e lasciando come messaggio la brusca frenata di un motorino all’incrocio. Il campo è libero. Inserisci le monete mentre il tuo naso si adatta progressivamente all’odore dolciastro della cabina e le mani scivolano su tasti che hanno sentito raccontare parecchie storie. Intanto una vecchia si avvicina e ti fissa dal vetro: forse vuole telefonare, forse si sta chiedendo se tu sia il figlio di quelli che affittano sempre la casa al civico 20, quelli che vengono dalla città e che ogni anno passano un mese di villeggiatura in paese. Come sei cresciuto, guarda, tutto tuo padre. 0, 5, 2, 1, …7…6… Hai sbagliato tasto e ti tocca posare la cornetta e recuperare le monete. “No signora, mi scusi, non ho finito. Ci vorrà ancora qualche minuto”. La vecchia si allontana dopo aver tentato di lussarti una spalla con la porta a spinta. A spinta decisa.

Inserisci nuovamente le monete e componi il numero. “L’avviso di chiamata è stato inoltrato, attedere prego”. Attendi, ma nessuno prende la chiamata e dopo qualche richiamo la linea da occupato. Decidi di aspettare, si sarà trattato sicuramente di una telefonata imprevista. Intanto il caldo aumenta e ti sembra che le suole delle Superga si stiano incollando al pavimento in alluminio zigrinato. Due, Tre, Quattro, Cinque interminabili minuti e riprovi. Sempre occupato. Decidi di fare un giro dell’isolato, per ingannare l’attesa, ma quando torni la cabina è occupata da un signore sudato che continua a strofinarsi la fronte con un fazzoletto con il quale, per il restante tempo, gesticola mimando il comizio accalorato che sta tenendo con la persona dall’altro capo del filo. Decidi di aspettare dietro il vetro, fissandolo. La cabina riflette la tua faccia, ma sembra un po’ quella della vecchia di prima e quindi ti allontani di qualche passo. E’ trascorsa quasi un’ora dal primo tentativo quando finalmente riesci a ricomporre il numero. Suona. Libero. Dall’altro capo risponde una voce femminile e stai già per chiedere se Marco è in casa quanto ti accorgi che “Questa è la segreteria telefonica della famiglia Ziveri. Non siamo in casa, ma se volete potete lasciare un messaggio dopo il segnale acustico. Grazie”.

Prego. Non c’è di che.

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