Le panchine rosa shocking

Poi c’è stata quella volta che cercavano volontari per allestire la festa dell’Unità ed era agosto e faceva un caldo terribile. L’area della festa era appena fuori città in un terreno non alberato, in piena campagna, strategicamente attraversato da tralicci dell’alta tensione che emettevano un piacevole sfrigolio dall’eco di salamella. Che questo non fosse un incentivo per trovare allestitori disposti a lavorare gratuitamente è – direi – un’ovvietà tale che non meriterebbe di essere esplicitata. Però è bene dire che qualche volenteroso c’era e nelle fila di quei volonterosi mi ero spontaneamente arruolata. Troppo inesperta per montare le strutture, incapace di guidare il muletto, decisamente deboluccia per occuparmi dei carichi pesanti ero stata incaricata di sistemare tavoli e panche per i ristoranti. Molti ricordano le loro estati perché sono state quelle del primo bacio, della prima sbronza, della prima alba vista con gli amici, io ricordo l’estate del 2004 come l’estate in cui imparai ad usare la smerigliatrice, la sparachiodi e l’aerografo a pistola. Mi era stata consegnata una dotazione di vernice bianca, rossa e grigio metallizzato con la quale avrei dovuto dipingere le panche una volta rabberciate ed ero stata abbandonata sotto il tendone del Gambero Rosso a lavorare. Cinque ore e due litri di sudore dopo il lavoro era compiuto: una trentina di panchine rosa shocking e grigio metallizzato luccicavano di vernice fresca sotto il sole serale.

Fu molto amaro constatare che il mio capolavoro non aveva riscosso il successo della critica ufficiale, che avrebbe di gran lunga preferito un percorso creativo di minor stravaganza e una più stretta osservanza del tradizionale rosso/bianco (in omaggio alle tovaglie di carta plastificata a quadri). Per qualche ragione, l’anno seguente, venni d’ufficio assegnata all’organizzazione dei turni e dell’info point, mentre le panchine rosa – nonostante la dismissione dell’area feste – “viaggiano” ancora oggi fra le feste di paese della provincia.

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