Il G8 di Jesolo

Di quando era l’estate del 2001 e c’era il G8 e io facevo parte di un gruppo che si chiamava Alternativa Marxista e una delegazione aveva deciso di andare a manifestare a Genova.

Casualmente, durante il pranzo, avevo iniziato a circumnavigare l’argomento. “Certo che durante le contestazioni degli anni ’70 sarete stati a un sacco di manifestazioni…”  “Beh si…Milano, Bologna, Torino…Ricordo che una volta, in via Indipendenza, ci ritrovammo a correre come pazzi per sfuggire a una carica della polizia e finimmo al secondo piano di un palazzo signorile ospiti di un’anziana signora che ci aveva aperto il portone osservando la fuga dall’alto”  “Dev’essere stato formativo…”  “Erano tempi difficili. Fare politica era complicato. La militanza…tutta un’altra cosa rispetto alle tranquille riunioni che fate oggi”. Mi ero portata a una distanza utile per tentare l’arrembaggio. “Però anche oggi si combattono grandi battaglie. A Genova ad esempio in tanti sfileranno contro il dominio delle multinazionali, per contestare una politica dominata dalle sole regole di mercato…”  “Si, queste sono sicuramente battaglie importanti. La difesa dei diritti, dell’ambiente, sì, certo, molto importanti”  Era il momento “Ecco, proprio per questo pensavo che magari, visto che un gruppo del collettivo pensa di organizzare una delegazione, potrei…”  “Non se ne parla”. Di fronte a una posizione irremovibile e per nulla dialogante avevo accusato i miei di oscurantismo, di asservimento alle logiche borghesi, di paternalismo, di conservatorismo becero e individualista, di malafede e di approccio retrogrado alla contemporaneità. Avevo iniziato uno sciopero della fame i cui esiti disastrosi erano facilmente prevedibili – visto che il mio formidabile appetito mi portava a friggere i Sofficini a merenda – e mi ero chiusa in un mutismo selettivo rispetto al quale interagivo verbalmente solo per ricordare a tutta la mia famiglia quanto ritenessi deplorevole il loro perbenismo. Alla vigilia del G8 ero stata deportata al mare. In vacanza. Spiaggia e gelato Algida mentre i miei compagni andavano a combattere per un mondo più giusto. Al tempo molti avevano dichiarato che sarebbero andati e i pochi rimasti in città l’avevano fatto perché impegnati con lavori estivi che li rendevano automaticamente esenti da critica in quanto vittime del Capitale. Io ero a Jesolo. Avevo provato ammantare l’evento con un velo di patetismo dickensiano su modello della “povera ragazzina trascinata contro la sua volontà in un luogo di perdizione”, ma non aveva funzionato. Ero stata segnata come quella che si va a divertire mentre gli altri marciano verso il sol dell’avvenir. Di questi novelli rivoluzionari solo pochi andarono realmente a Genova e quello che riportarono nei loro racconti una volta tornati a casa fu tremendo. Tremenda, ancora oggi, è l’intera storia del G8 con i suoi sospesi e i suoi vuoti alla bisogna. Già al tempo lo capivo e capivo che, forse, i miei avevano fatto bene a tenere i miei 16 anni e mezzo lontani da quella mattanza. Ma avevo 16 anni e mezzo e il dramma più grande era stato un rientro tiepido a settembre, in un clima di giudicante distacco fra i miei compagni. Mi ero segnata in turno al mercatino del libro usato per tutti i primi 15 giorni per espiare le mie colpe. Poi era arrivato l’11 settembre e a nessuno era più importato della mia abbronzatura, dei lavoretti estivi o di chi avesse fatto più turni al mercatino.

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