Divanoletto

C’era una ragazza che si chiamava Margherita e non aveva mai dormito in un letto vero dopo che aveva abbandonato, all’età di dodici anni, la cameretta che condivideva con la sorella. Per sei anni aveva dormito sul divano letto dello studio di suo padre, fra le mappe catastali e il piano da disegno. In casa c’era spazio per una stanza tutta sua, ma per lei andava bene così, che tanto poi non sarebbe stato per sempre e “una stanza per sé” era un impegno che non si sentiva di prendere. Poi si era trasferita a Torino per studiare cinema e condivideva un monolocale con Francesca e i soldi non bastavano mai e nemmeno lo spazio. Dormivano entrambe su un futon disteso nel salotto, che poi era anche la cucina, che poi era anche la sala da pranzo, da cena e da studio. Dopo due anni aveva abbandonato il cinema per studiare legge, mettendo la testa a posto. La testa era a posto e il conto in banca stava meglio, perché suo padre aveva sempre desiderato che studiasse qualcosa di “serio”. Allora aveva cambiato casa e aveva una stanza tutta per sé, ma nella stanza non c’era posto per un letto e per un divano e lei aveva scelto il divano. Che in un letto c’è troppa stabilità e la stabilità è una bestia esigente. Poi si era detta che testa a posto per testa a posto tanto valeva che smettesse di studiare e si trovasse un lavoro e così, per sfuggire ai tanti “e ora cosa farai” aveva trovato un impiego come barista in un locale nella prima periferia. Di Bologna. Condivideva un piccolo appartamento con due colleghe di cui confondeva sempre i nomi perché iniziavano entrambi con la M e finivano con la A, diceva lei, e poi non si vedevano spesso per colpa dei turni. A Torino aveva lasciato tutto, dalla scrivania a qualcosa che le aveva lasciato un vuoto in fondo allo stomaco, un vuoto che a cercare di capire che cosa l’avesse causato diventava solo più grande, ma aveva portato con sé il divano letto, che a dormire su un letto vero, anche se si fosse trattato di una semplice rete appoggiata ad un muro, le sarebbero potute spuntare delle radici e questo Margherita non era pronta ad affrontarlo. Ai ragazzi che, di tanto in tanto, condividevano con lei il tempo della notte e lo spazio claustrofobico da avventura liceale, rispondeva che un letto vero sarebbe arrivato, col tempo, con le radici giuste. E qualcuno di quei ragazzi rideva sollevato, qualcuno fingeva di dormire e dopo qualche giorno non la chiamava più. Poi aveva incominciato a scrivere, perché aveva delle cose da dire e perché era stufa di rispondere ai clienti che le chiedevano per quale ragione si stesse sacrificando in quel bar che non sapeva, che forse le piaceva servire ai tavoli, che attraversava un periodo di ridefinizione. “Scrivo. Sto lavorando a una raccolta di racconti”. E lo sapeva che con i racconti in Italia non si vive e lo sapeva che con i clienti teneva a bada la sua coscienza.

(Continua?)

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