Il gatto Berlinguer

Esistono al mondo molte tipologie di genitore: l’apprensivo, il lassista, l’amico, il padre padrone, la madre matrona, i disattenti, gli onnipresenti, gli sbadati, i perfezionisti. Genitori dinamici, precocemente invecchiati, imbarazzanti, idolatrabili, detestabili, multitasking, monotematici. Poi ci sono i genitori burloni. I genitori burloni sono quelli che utilizzano, per il loro personale sollazzo, l’ingenuo spirito fanciullino dei figli, facendogli credere qualsiasi fesseria grazie ad un mix costante di autorevolezza e “faccia da tolla”.

Questa è la storia di una bambina di quattro anni a cui i genitori avevano fatto credere che il gatto dei vicini, un meticcio bianco e rosso dall’aspetto austero, si chiamasse Berlinguer. La bambina, ignara delle risate che si consumavano alle sue spalle, ogni volta che scendeva nel giardino condominiale perdeva il fiato gridando al vento “Berlinguer! Berlingueeeeer!” nella – vana – speranza che l’adorabile bestiola emergesse da un cespuglio per poterla accarezzare. Il gatto era una gatta e si chiamava Puffy. I vicini erano vicini e si chiedevano come mai una bambina dall’aria così graziosa passasse ore a invocare invano il nome del leader del partito Comunista morto anni prima. I genitori avrebbero rimpianto la loro scriteriata scelta quando, molti anni dopo, la bambina cresciuta si sarebbe dichiarata convintamente marxista, rifiutando ogni compromissione con il loro asservimento alle logiche borghesi. Del gatto sappiamo solo che nacque Puffy, morì Berlinguer.

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