Un lavoro da donne

Mi ricordo ancora che eravamo nello spogliatoio della palestra. Quinta ginnasio o, al massimo, prima liceo, perché condividevamo ancora lo spazio con l’infermeria che poi, durante la ristrutturazione della scuola sembra non servisse più. Forse avevamo smesso di farci male o forse l’architetto avrà pensato che inserire un’infermeria nel progetto fosse un po’ come fasciarsi la testa prima di prendere la botta. Magari la voleva costruire dopo la botta, chissà. Ci stavamo cambiando e facevamo quei discorsi importanti che fanno le ragazze mentre si cambiano dopo l’ora di ginnastica. Un’ora che è sempre 45 minuti, 15 dei quali trascorsi negli spogliatoi, 10 per uscire dagli spogliatoi, quindi in sintesi non si capisce bene perché ci cambiassimo. Parlavamo dell’ultimo cd comprato da Ricordi in via Cavour oppure del compleanno della tale, alla pizzeria Imperatore, che alla fine la pizza non era arrivata a metà della tavolata. Comunque di quel locale nessuno, a distanza di anni, ricorda la qualità della pizza quanto l’arredo pittoresco. Col senno di poi quindi poco male. Ad un certo punto la conversazione, indirizzata da chissà quale demone di passaggio,  aveva virato verso il periglioso argomento “ma dopo il liceo tu che cosa vuoi fare?”. Esiste una categoria di liceali che inizia a porsi questa domanda e a porla ai compagni di classe più o meno a ottobre del primo anno di corso. Solo perché a settembre ancora non ci si conosce abbastanza. Le ipotesi esposte erano, come spesso accade a 16 anni, assai fantasiose. C’era chi voleva provare a fare l’attrice, ma attrice di teatro, chi studiare a Londra (cosa? Chissà, forse proprio Londra), chi il medico, l’architetto, l’avvocato.

“A me piacerebbe studiare Lettere”

“Lettere?”

“Si…alla fine mi piace molto studiare il latino e il greco. Mi piace la cultura classica…”

“Beh…in fondo non è male. Poi puoi fare l’insegnante, che è un ottimo lavoro per una donna. Così poi hai tempo il pomeriggio per stare a casa coi bambini”.

Ricordo che l’aspirante letterata non ero io (al tempo volevo dedicarmi alla psicologia, prima di passare alla medicina e alla geologia in un climax di concretezza pragmatica dallo spirito al sasso). Ricordo che mi sono fermata e stavo per intervenire, ma la mia compagna letterata mi ha preceduto con uno sguardo e scuotendo le spalle. Ricordo che ho pensato che sarebbe stato molto difficile, in ogni caso, affrontare il futuro. Anche soltanto i 15 minuti d’intervallo che ci stavano aspettando al suono della campanella.

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