Dramma ipocrifo in 5 atti

Atto II. Tiresia

Indossava un vecchio cappello a tesa larga troppo grande per la sua testa. Calato fin quasi sugli occhi lasciava a malapena intravedere il bordo color tartaruga degli occhiali da sole. I capelli, di un imprecisato colore fra il rosso e il castano, coprivano il collo, le orecchie e, scendendo lungo le guance, si fermavano all’altezza della bocca, con un taglio netto. Masticava un bastoncino, forse liquirizia. Non guardava il telefono, non sembrava aspettare nessuno. Forse era arrivata con l’ultima corriera della sera oppure camminando lungo la via Emilia. Era completamente fuori luogo, sembrava a suo agio. Sembrava non si curasse del caldo e delle zanzare, del fatto che il bar della stazione di servizio stava chiudendo e che a quel punto sarebbe rimasta solo l’intermittente luce al neon del distributore self-service a farle compagnia. Appoggiato alla portiera semiaperta della macchina Ulisse l’aveva osservata qualche minuto mentre finiva la quarta ultima sigaretta della giornata. La ventisettesima della settimana. Schiacciato il mozzicone sotto la suola della scarpa era salito a bordo e stava per ripartire quando dal finestrino l’aveva sentita parlare.

Conosco il tuo nome. Ti chiami Ulisse e stavi compiendo il tuo viaggio, ma la paura ti ha fermato”.

Aveva abbassato il finestrino, gli occhiali da sole e alzato lo sguardo.

Sono Tiresia e so molte cose”.

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