Repertorio dei Matti della città di Parma

Uno si era trovato a fare il sindaco. Non che si fosse trovato per caso, perché si era candidato, aveva fatto una lista e la campagna elettorale. Aveva presentato un programma nel quale prometteva, in caso di vittoria, che avrebbe spento l’inceneritore. Forse per questa promessa, forse per altre ragioni, alla fine era stato eletto, solo che non se lo aspettava. Quindi quando si era trovato a capo del Comune – all’inizio – non aveva ben capito come funzionavano le cose e un giorno era sceso a manifestare a fianco di un comitato di cittadini che protestava contro la mancata chiusura dell’inceneritore. Solo che ormai al governo della città c’era lui.

Advertisements

Storia di una panchina

Rieducazione sentimentale contro il cinismo quotidiano

Alcune hanno un paio di assi rotte oppure della muffa sullo schienale. Alcune sono scheggiate e nelle cavità lasciate dalle schegge si sono sistemati quegli insetti che sembrano coccinelle, ma che non sono coccinelle, perché sono lunghe, hanno le antenne e la schiena piatta. E non sono nemmeno belle come le coccinelle e non portano neanche fortuna. Infatti su quelle panchine da tempo non si siede più nessuno. Solo le coccinelle che non sono coccinelle. Chissà se quelle poi sono ancora panchine.

Lasciarsi ai tempi dell’happy hour

 

Quel modo che avevi di chiedermi le cose difficili in modo semplice, quando ce ne stavamo sul divano, una birra in due, a parlare di noi, del nostro futuro. I silenzi che riempivi, solo con uno sguardo, seduti al tavolo di un bar del centro, un bicchiere di rosso fermo davanti e tanti pensieri attorno.

Mi manca.

Mi mancano i nostri piccoli rituali per scacciare le noie quotidiane, per lasciare i problemi invischiati fra la porta dell’ufficio e quella di casa. Cose semplici, come un aperitivo in piedi nel solito locale o le risate alla bocciofila, dove i vecchi del quartiere ci guardavano incuriositi mentre ordinavamo una malvasia con ghiaccio. Fuori luogo, proprio come loro.

Mancano, manchi.

O forse, più semplicemente, è troppo tempo che non bevo un bicchiere.

L’amore ai tempi del sugo della nonna

L’amore sa di casa, come il profumo del sugo che faceva tua nonna quando ti arriva addosso mentre stai camminando per strada in una città che non conosci. Che pensi immediatamente a quando tornavi da scuola e sentivi quell’odore nell’aria ancor prima di aprire il portone del palazzo e pensavi “sono tornato”. E il sugo ti avvolgeva nell’androne e poi lungo le scale e sul pianerottolo, pian piano, poco per volta, come se ti facesse sobbollire rimescolandoti tutto per renderti più buono nel momento in cui avresti varcato la soglia. Spariva la noia dell’ultima ora di lezione, il fastidio per gli scherzi cretini del più furbo della classe, la stanchezza del dettato alla prima ora, con ancora la testa immersa nei pensieri del sonno. Tutto sparito, giusto in tempo per scolare la pasta in un tempismo perfetto.

E adesso che sei grande e sei per strada in una città che non conosci, ma che forse è quella in cui sei sempre vissuto, solo che quasi quasi proprio non ti pare, ti fermi, per colpa di quel profumo. E vorresti suonare i campanelli, capire chi si nasconde dietro a quella ricetta, vedere se c’è qualcosa – in quella persona – in cui specchiarti per un momento. O almeno un piatto di pasta da condividere, per sentire di nuovo quel preciso sapore. Poi ti basta sapere che ancora esiste per passare dalla nostalgia alla speranza, per riprendere a camminare, per pensare che forse basterebbe trovare gli ingredienti giusti da mescolare.

Ecco, quando troverai chi sa riportarti a casa, non importa quanto vicino o lontano tu sia andato nel mentre, quando sentirai quel profumo, fermati. Potresti essere arrivato.

Milano centrale

I ragazzi che si baciano sulle banchine di Milano centrale sono uno schiaffo in faccia all’efficenza, al cinismo dei praticanti ortodossi delle 24 ore di cui 20 occupate dalle cose che hanno un peso. Loro non hanno un peso, galleggiano fra la folla senza nemmeno prendersi il disturbo di trovare un angolo in disparte. Sono allegri o molto malinconici, non hanno tempo per trovare lo spazio giusto quando il tempo è poco e ci sarebbero ancora un sacco di cose da dirsi, da farsi. Se il tempo è poco, spesso è quello giusto.

I ragazzi che si baciano sulle banchine di Milano centrale hanno il coraggio di ricordarci che esiste un bello che ci meritiamo. Che non è quello che lampeggia dalle insegne luminose ai lati delle scale mobili e nemmeno quello riflesso nelle vetrine di bar e negozi. O sullo schermo del cellulare.

E non è facile trovare il bello fra chi ti spinge, fra le rotelle delle valige che ti solcano il piede e i trolley che ti attentano la caviglia. Fra chi sbuffa e non capisce, fra chi chiede spazio per passare di fretta, sempre di fretta, per non ricordarsi che forse non sa nemmeno bene dove sta andando, c’è qualcuno che si ferma. E pensa a quanto è bella, in fondo, la stazione, alle coincidenze mancate, ai treni presi di corsa per colpa dei saluti, sempre all’ultimo, col giusto tempo, sulla banchina.

Poetar coi fanti. Con tante scuse a Guido Catalano.

Appunti dalla prosotrincea. 

In prima linea, ma a mezza via.

Sarebbe poi bello saper scrivere come quel poeta lì, quello che dice cose tanto poetiche parlando di cose tanto banali. Come uno che ti dichiara il suo amore dicendo che proprio non può sopportare le persone che mangiano di fretta, perché gli trasmettono la fastidiosa sensazione che non si sappiano godere la vita, che siano sempre da un’altra parte, che siano distratte rispetto al bello e che nella vita non c’è nulla di più intollerabile del non saper apprezzare il bello e goderselo, lì per lì, quando capita. E che nonostante non possa sopportare le persone che mangano in fretta, che non vedono il bello, che non si godono il momento, ti ama lo stesso perché sei tu e tu gli stai sulle scatole in modo speciale.

Oppure come chi sa descrivere l’autentica malinconia di una giornata di sole estivo, quando tutto è illuminato, quasi riarso, e stai portando in stazione l’ultimo amico rimasto in città, che parte finalmente per le ferie. Scarichi la valigia, di quelle da quindici giorni, e la borsa da spiaggia. Lo accompagni sul binario e mentre butta il mozzicone di sigaretta prima di salire sul treno in partenza gli auguri buone vacanze e imbocchi le scale del sottopasso. Mentre scendi senti il fischio del capotreno e il soffio delle porte che si chiudono e pensi che per almeno una decina di giorni la città è tua. Drammaticamente tua. Che non c’è niente di bello nella solitudine a cui bisogna rassegnarsi. La solitudine è bella se attiva, passiva è una grandiosa fregatura.

O come chi sa raccontare di quella volta che si era preparato per un incontro al bar neppure si trattasse di un appuntamento col destino. Si era preso del tempo, aveva scelto con cura perfino i calzini, perché – si sa – i calzini sono un indumento rivelatore. Una bella giacca la possono scegliere tutti, una cravatta comunica, quasi con impudenza, un preciso messaggio allo spettatore. Larga presidenziale, sottile e annodata lasca Sex Pistols, a fiocco risorgimentale,  sottile e annodata stretta macosatièvenutomainmente. L’intimo poi, una volta che ci sei arrivato, non puoi mica far tante storie. Magari ti dice qualcosa, ma se è un messaggio di conferma tutto bene, altrimenti bene uguale e se ne riparla la volta prossima. Mica si può giudicare l’apparenza arrivati all’intimo. Il calzino invece viola le regole. Normalmente trascurato, potenzialmente visibile anche durante un semplice caffè, dice più di quel che dovrebbe dire: ammicca e insinua come la portinaia che “non vorrei dire, anzi di sicuro mi sbaglio, ma…“. Dunque avevamo lasciato il nostro scrittore, che sarebbe bello esistesse e potesse scrivere come quel poeta che compone cose tanto poetiche a partire da cose tanto banali, in piedi davanti al bar, a guardare distrattamente il telefonino e controllare, con il secondo piano sfumato della macchina da presa cranica, l’effetto del calzino in controluce. Poi in penombra. Poi nella luce verdognola dell’insegna ormai accesa. E lo lasciamo lì, lo scrittore con tanta poesia da tirar fuori dalle cose banali e così tante banali occasioni mancate. Tutte sprecate ad attendere un appuntamento col destino che si è anche dimenticato di rimandare, lui si, con due banali parole di scusa su Whatsapp.

Singhiozzo

Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.

E probabilmente è anche vero, ma forse ha ragione Cleopatra quando dice che dell’infelicità, del male, delle miserie si è scritto, parlato e “analizzato” tanto, che forse rimane poco di originale da dire, che forse occorre guardare, non senza un certo timore di cadere nella più retorica banalità, al bello, al bene, alla felicità. Scrivere di felicità è imbarazzante. Sembra di tornare ai temi delle scuole elementari, quelli che immancabilmente si chiudevano con un “È stata proprio una bella giornata“. La paura di apparire ingenui, creduloni e superficiali, il pudore di mostrare un sentimento che siamo abituati a fruire solo in modo passivo e mediato e mai a esercitare fino in fondo ci frena.

Siamo preparati a parlare di problemi, dal semplice accenno all’accorato racconto ricco di dettagli, ma non siamo preparati a condividere la felicità. Quante volte ci siamo sentiti rispondere alla domanda “Come va?” – fatta a un amico, non certo per cortesia a un semplice conoscente – un “Sono felice“? Non è solo reticenza, non è solo riservatezza: la felicità è un sentimento démodé. Quasi ci vergogniamo se ci capita di provarla.

Non tutti sono felici allo stesso modo. Io non ricordo di aver mai saltato di gioia. Non ho mai battuto le mani – nemmeno da piccola – non mi è mai capitato di commuovermi, di lanciare un grido. Eppure ho visto queste felicità e so che esistono.  Eppure io sono stata felice. Non tutte le felicità sono uguali. La mia felicità implode. Mi ritrovo senza parole, impossibilitata a comunicare, tanto che spesso chi ho davanti mi chiede “Ma sei contenta?“, quasi disorientato. Taccio o mi escono solo inutili frasi di rito, abbozzo un sorriso, spesso abbasso lo sguardo. La mia felicità si manifesta in uno spazio che va dalla bocca dello stomaco alla gola. Si concentra in quel punto e si ferma lì, riscaldandomi la faccia dall’interno. Mi si scaldano le orecchie, le guance, credo mi si scaldino anche i capelli. Soprattutto se fuori fa freddo. Dura un breve spazio, non si fa analizzare volentieri, non obbedisce ai richiami, come la malinconia o la tenerezza. Non accompagna per lunghi tratti come la tristezza, che ti frega, perché a volte finisci per scambiarla per una buona compagna.

Si ferma lì in gola, per poco tempo, giusto quel che basta per farci caso, poi si trasforma in altro. E a volte viene il dubbio che si sia trattato solo di un principio di singhiozzo, che – strano caso, nei modi di dire – in fondo lega tristezza e felicità.