Repertorio dei Matti della città di Parma

Uno si era trovato a fare il sindaco. Non che si fosse trovato per caso, perché si era candidato, aveva fatto una lista e la campagna elettorale. Aveva presentato un programma nel quale prometteva, in caso di vittoria, che avrebbe spento l’inceneritore. Forse per questa promessa, forse per altre ragioni, alla fine era stato eletto, solo che non se lo aspettava. Quindi quando si era trovato a capo del Comune – all’inizio – non aveva ben capito come funzionavano le cose e un giorno era sceso a manifestare a fianco di un comitato di cittadini che protestava contro la mancata chiusura dell’inceneritore. Solo che ormai al governo della città c’era lui.

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Storia di una panchina

Rieducazione sentimentale contro il cinismo quotidiano

Alcune hanno un paio di assi rotte oppure della muffa sullo schienale. Alcune sono scheggiate e nelle cavità lasciate dalle schegge si sono sistemati quegli insetti che sembrano coccinelle, ma che non sono coccinelle, perché sono lunghe, hanno le antenne e la schiena piatta. E non sono nemmeno belle come le coccinelle e non portano neanche fortuna. Infatti su quelle panchine da tempo non si siede più nessuno. Solo le coccinelle che non sono coccinelle. Chissà se quelle poi sono ancora panchine.

Milano centrale

I ragazzi che si baciano sulle banchine di Milano centrale sono uno schiaffo in faccia all’efficenza, al cinismo dei praticanti ortodossi delle 24 ore di cui 20 occupate dalle cose che hanno un peso. Loro non hanno un peso, galleggiano fra la folla senza nemmeno prendersi il disturbo di trovare un angolo in disparte. Sono allegri o molto malinconici, non hanno tempo per trovare lo spazio giusto quando il tempo è poco e ci sarebbero ancora un sacco di cose da dirsi, da farsi. Se il tempo è poco, spesso è quello giusto.

I ragazzi che si baciano sulle banchine di Milano centrale hanno il coraggio di ricordarci che esiste un bello che ci meritiamo. Che non è quello che lampeggia dalle insegne luminose ai lati delle scale mobili e nemmeno quello riflesso nelle vetrine di bar e negozi. O sullo schermo del cellulare.

E non è facile trovare il bello fra chi ti spinge, fra le rotelle delle valige che ti solcano il piede e i trolley che ti attentano la caviglia. Fra chi sbuffa e non capisce, fra chi chiede spazio per passare di fretta, sempre di fretta, per non ricordarsi che forse non sa nemmeno bene dove sta andando, c’è qualcuno che si ferma. E pensa a quanto è bella, in fondo, la stazione, alle coincidenze mancate, ai treni presi di corsa per colpa dei saluti, sempre all’ultimo, col giusto tempo, sulla banchina.

Qualcuno con cui correre

La mia idea di felicità può stare nell’abitacolo di un’utilitaria che rientra in città la domenica sera  lungo la via Emilia. E non importa dove si è stati, ma l’autoradio trasmette quella musica che lascia spazio alle parole e le parole non vengono spese perché non sono necessarie. Ci si riposa, ci si concede il lusso di un silenzio per due.

La mia idea di felicità è un tavolo in pizzeria e una discussione sul Settecento italiano. La miglior zuppa inglese. La crisi da cui non si esce. Una serata trascorsa a ballare musica di merda e le Variazioni di Goldberg di Bach sul divano la mattina dopo. La colazione alle 11.00, con la tavola apparecchiata. A cena sushi sul divano. Un letto per due, un libro ciascuno e la finestra aperta quel tanto da far entrare la strada nella stanza.

La mia idea di felicità è non dover controllare il telefono, ma sapere che un messaggio c’è. La mia idea di felicità è inventare un modo per stupire, uno per far sorridere, uno per dare una mano. La mia idea di felicità è avere cura, ma rinunciare al controllo.

La doccia prima di andare a letto o dopo una corsa. L’odore delle librerie. Se hai bisogno chiama. I discorsi impegnati, le maratone di telefilm, il sabato mattina, le riunioni con la passione di mezzanotte, il Martini del venerdì sera. Fotografare tutto l’essenziale. Fotografare soprattutto cose inutili.

La mia idea di felicità è trovare uno specchio che rifletta le mie contraddizioni. E magari non soltanto quelle.

La corsa

[…] A vederlo attraversare i viali, se non fosse stato per l’andamento circolare di questa maratona – un eterno ritorno al punto di partenza – si sarebbe potuto pensare ad un inseguimento. Non parlava con nessuno e manteneva il suo ritmo. A chi – superandolo o venendo superato – gli lanciava lo sguardo complice dell’allenamento non rispondeva mai. Occhi a terra, una concentrazione assoluta: la ricerca della performance perfetta, il superamento del proprio miglior tempo, dei propri limiti di resistenza. La verità, schiacciata sotto le suole ad ogni balzo, era diversa: correva per non farsi male, fino a quando non mancava il fiato, fino a quando non strideva ogni muscolo. […]