Ammezzato

Che la noia è una compagna non malvagia, ma alla fine logora, che non sai mai bene a cosa ti porta. Tutta questa noia. Che hai 32 anni e, a meno che non si scateni la rivoluzione, non accadrà nulla di rilevante prima della via crucis dei tuoi 33. Tu che passi le serate alle riunioni, i pomeriggi fra excel e telefonate. Centinaia di telefonate. E vorresti andare a un concerto dei Cani, a un concerto de Lo stato sociale e stare fra i tuoi simili. Con i jeans col risvoltino, le magliette autoprodotte e gli occhiali da pentapartito. Invece nel pentapartito ci stai davvero, che quasi non te n’eri accorta e, a pensarci bene, non è né figo, né deprimente. Non è niente. Non è assolutamente niente, perché in 15 anni che fai politica “siam poi sempre tutti qua” e siamo gente delicata.

E i tuoi simili che son lì tutti uguali e confortanti, col risvoltino, la maglietta autoprodotta e i calzini spaiati, di cosa parlano? Con ostinata monomania di musica, di cinema, di libri. Tutti gli stessi titoli, sulla stessa base. L’abbonamento al New Yorker, il brunch della domenica con l’avocado toast, il biologico, quartiere Isola e alle tre del mattino sui Navigli, le presentazioni nelle piccole librerie, i cinema all’aperto, i locali del sottoscala. Ma almeno questo è confortante. Nel fagocitante precariato quotidiano, in assenza di eroi, in fondo è quel che resta di una comunità. Uno straccio di relazione. Non fosse altro per parlarsi addosso, senza starsi troppo addosso, che al contatto fisico non siam poi tanto abituati.

Parliamoci addosso, ma da lontano, per favore. Da un palco immaginario.

Ti sei fissato con il calcio, poi era il vintage, la bici a scatto fisso, la reflex e la Polaroid anni ’70. Non ti sei fissato con la politica, che non ti piace, che è brutta questa storia fatta di persone che si parlano addosso, ma ti parlano anche addosso. Troppo da vicino. Quando l’unico argomento appassionante, per te, sei tu.

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Incipit

Non sono mai stata brava con gli addii, ma – ad essere completamente onesta – non sono mai stata brava nemmeno con gl’inizi. La mia maestra alle scuole elementari ripeteva sempre “Chi ben comincia è a metà dell’opera”. Forse per questo ho sempre cominciato dall’inizio e non da metà. Fatico a incominciare bene e penso che in fondo anche questo racconto non faccia eccezione. Se vale la regola delle prime impressioni probabilmente nessun lettore avrà superato queste prime righe. Mi auguro davvero che nella vita reale non tutto si muova secondo le regole non scritte dei detti popolari. Questa storia invece era iniziata bene. Dall’inizio e non da metà, ma bene. Un inizio di quelli classici, che sarebbero davvero perfetti per la seconda o terza pagina di un romanzo.

Considerato però che non sono brava a iniziare le cose partirò dalla fine. Potrebbe rivelarsi un buon inizio.

Un lavoro da donne

Mi ricordo ancora che eravamo nello spogliatoio della palestra. Quinta ginnasio o, al massimo, prima liceo, perché condividevamo ancora lo spazio con l’infermeria che poi, durante la ristrutturazione della scuola sembra non servisse più. Forse avevamo smesso di farci male o forse l’architetto avrà pensato che inserire un’infermeria nel progetto fosse un po’ come fasciarsi la testa prima di prendere la botta. Magari la voleva costruire dopo la botta, chissà. Ci stavamo cambiando e facevamo quei discorsi importanti che fanno le ragazze mentre si cambiano dopo l’ora di ginnastica. Un’ora che è sempre 45 minuti, 15 dei quali trascorsi negli spogliatoi, 10 per uscire dagli spogliatoi, quindi in sintesi non si capisce bene perché ci cambiassimo. Parlavamo dell’ultimo cd comprato da Ricordi in via Cavour oppure del compleanno della tale, alla pizzeria Imperatore, che alla fine la pizza non era arrivata a metà della tavolata. Comunque di quel locale nessuno, a distanza di anni, ricorda la qualità della pizza quanto l’arredo pittoresco. Col senno di poi quindi poco male. Ad un certo punto la conversazione, indirizzata da chissà quale demone di passaggio,  aveva virato verso il periglioso argomento “ma dopo il liceo tu che cosa vuoi fare?”. Esiste una categoria di liceali che inizia a porsi questa domanda e a porla ai compagni di classe più o meno a ottobre del primo anno di corso. Solo perché a settembre ancora non ci si conosce abbastanza. Le ipotesi esposte erano, come spesso accade a 16 anni, assai fantasiose. C’era chi voleva provare a fare l’attrice, ma attrice di teatro, chi studiare a Londra (cosa? Chissà, forse proprio Londra), chi il medico, l’architetto, l’avvocato.

“A me piacerebbe studiare Lettere”

“Lettere?”

“Si…alla fine mi piace molto studiare il latino e il greco. Mi piace la cultura classica…”

“Beh…in fondo non è male. Poi puoi fare l’insegnante, che è un ottimo lavoro per una donna. Così poi hai tempo il pomeriggio per stare a casa coi bambini”.

Ricordo che l’aspirante letterata non ero io (al tempo volevo dedicarmi alla psicologia, prima di passare alla medicina e alla geologia in un climax di concretezza pragmatica dallo spirito al sasso). Ricordo che mi sono fermata e stavo per intervenire, ma la mia compagna letterata mi ha preceduto con uno sguardo e scuotendo le spalle. Ricordo che ho pensato che sarebbe stato molto difficile, in ogni caso, affrontare il futuro. Anche soltanto i 15 minuti d’intervallo che ci stavano aspettando al suono della campanella.

La cabina

1996

Fa caldo in vacanza con i genitori, molto più caldo che in città, e non c’è Whatsapp a salvarti da un’estenuante solitudine. Non c’è nemmeno il telefonino e non ci sono nemmeno le tariffe “all inclusive” per “chiamare tutti i numeri di rete fissa a 20 euro al mese”. Non ci sono nemmeno gli euro in effetti. Fa caldo e ogni proposta d’intrattenimento prevede ampie probabilità d’insolazione o il concreto rischio di finire divorato dagli insetti. E ti mancano gli amici. Nonostante i libri, nonostante il walkman dotato di un’infinita scorta di pile. In queste lunghe giornate apparentemente prive di senso – il valore della noia lo scoprirai solo quando sarà troppo tardi – l’unico appiglio è la telefonata agli amici. Perché hai quattordici anni e a quattordici anni l’unica cosa che veramente avresti voglia di fare è passare i tuoi pomeriggi con loro, parlandosi addosso.

Raccogli quindi tutte le monete a tua disposizione e qualche gettone, che son pur sempre duecento lire buone. Se sei fortunato, con i soldi della paghetta, hai comprato una scheda telefonica, di quelle con i disegni o le fotografie seriali, che qualcuno colleziona anche. Chissà poi che fine faranno. Con le tasche appesantite e risonanti vai a caccia della cabina del telefono e, sempre se sei fortunato, la trovi libera. Torrida (così come ghiacciata in inverno), ma libera. Hai un appuntamento telefonico, preso durante l’ultima chiamata, da onorare con estrema puntualità. Perché non ci sono i telefonini e bisogna chiamare quando l’altra persona è in casa, altrimenti si rischia di sprecare un gettone conversando con la segreteria telefonica e lasciando come messaggio la brusca frenata di un motorino all’incrocio. Il campo è libero. Inserisci le monete mentre il tuo naso si adatta progressivamente all’odore dolciastro della cabina e le mani scivolano su tasti che hanno sentito raccontare parecchie storie. Intanto una vecchia si avvicina e ti fissa dal vetro: forse vuole telefonare, forse si sta chiedendo se tu sia il figlio di quelli che affittano sempre la casa al civico 20, quelli che vengono dalla città e che ogni anno passano un mese di villeggiatura in paese. Come sei cresciuto, guarda, tutto tuo padre. 0, 5, 2, 1, …7…6… Hai sbagliato tasto e ti tocca posare la cornetta e recuperare le monete. “No signora, mi scusi, non ho finito. Ci vorrà ancora qualche minuto”. La vecchia si allontana dopo aver tentato di lussarti una spalla con la porta a spinta. A spinta decisa.

Inserisci nuovamente le monete e componi il numero. “L’avviso di chiamata è stato inoltrato, attedere prego”. Attendi, ma nessuno prende la chiamata e dopo qualche richiamo la linea da occupato. Decidi di aspettare, si sarà trattato sicuramente di una telefonata imprevista. Intanto il caldo aumenta e ti sembra che le suole delle Superga si stiano incollando al pavimento in alluminio zigrinato. Due, Tre, Quattro, Cinque interminabili minuti e riprovi. Sempre occupato. Decidi di fare un giro dell’isolato, per ingannare l’attesa, ma quando torni la cabina è occupata da un signore sudato che continua a strofinarsi la fronte con un fazzoletto con il quale, per il restante tempo, gesticola mimando il comizio accalorato che sta tenendo con la persona dall’altro capo del filo. Decidi di aspettare dietro il vetro, fissandolo. La cabina riflette la tua faccia, ma sembra un po’ quella della vecchia di prima e quindi ti allontani di qualche passo. E’ trascorsa quasi un’ora dal primo tentativo quando finalmente riesci a ricomporre il numero. Suona. Libero. Dall’altro capo risponde una voce femminile e stai già per chiedere se Marco è in casa quanto ti accorgi che “Questa è la segreteria telefonica della famiglia Ziveri. Non siamo in casa, ma se volete potete lasciare un messaggio dopo il segnale acustico. Grazie”.

Prego. Non c’è di che.

Dittico (parte II)

A volte mi stupisco quando mi chiedono di dove sono e rispondo “di Parma“. Perché è difficile considerarsi parmigiani, se non si è – come si dice da queste parti – parmigiani del sasso.

Se i cappelletti in casa si mangiavano solo d’inverno e non si chiamavano cappelletti, ma anolini, se la prima porzione di caval pist* l’hai mangiata quando eri all’università, se “Ma da bò?” e “Ghe mèl” non avevano nessun significato prima degli anni del liceo. Se il 23 giugno non hai mai fatto la tortellata di San Giovanni e – a voler essere precisi – di casa erano più gli agnolotti e i tortelli di zucca che quelli di erbette. Se il bif e il lampostil hanno avuto bisogno di una traduzione da parte d’interlocutori sconcertati, se la carpetta e il panetto non è che fossero proprio concetti chiari. Se la prima gita a Lago Santo l’hai fatta alle soglie dei trent’anni, se per andare al mare non facevi mai l’autostrada della Cisa. Se non hai mai avuto la formaggiera a forma di parmigiano, se tua nonna non cucinava tutto condendolo con due etti di burro (tanto per incominciare).

A volte mi stupisco quando, soprappensiero, rispondo che “vivo a Parma”, come se fossi nata da qualche altra parte. E penso che mi sono sempre sentita un po’ fuori posto. E penso che è proprio strano sentirsi ospiti in casa.

*Piatto tipico parmigiano a base di carne di cavallo cruda

 

Dittico (parte I)

Che Parma in fondo è quella cosa che si sente nell’aria nei primi giorni di giugno. Quel profumo dolce che ti avvolge quando attraversi i borghi in bicicletta e non lo sai da dove viene, perché nel centro gli alberi non si vedono. Esce dai cortili – il profumo di tiglio, di gelsomino – e ti accompagna mentre pedali immerso in un venticello che a Parma non c’è mai, ma chissà perché i primi giorni di giugno c’è quasi sempre. Tiepido, di quella temperatura che ti ricorda il latte caldo la mattina quando eri piccolo, prima di andare a scuola: né troppo caldo, né troppo freddo. Bastano pochi giorni e le giornate si fanno afose. Il profumo dei tigli si trasforma in una poltiglia gialla che rischia di farti scivolare dal marciapiede, la luce del tramonto si fa velata e i tetti tremolano per il calore accumulato nella giornata. Ma nei primi giorni di giugno i colori sono netti, i contorni puliti. Ti verrebbe da dire “Eccola Parma, ecco quell’identità che tanto cercate. Il profumo dei tigli e il rumore dei piatti dalle cucine affacciate sui borghi”. Ma sei da solo, in bicicletta. Attraversi il centro, passi la Parma. Siamo sempre alla ricerca di qualcosa che ci renda speciali, ma in fondo Parma è tutta qui.