Un onesto pareggio

Mi è sempre parso davvero stupido il detto “In amore vince chi fugge“. Che poi vorrebbe dire che l’amore è una gara, sempre in corso, e che alla fine c’è un bel premio da vincere. Ma se vince chi fugge, e quindi non si vince in due, che premio sarebbe? Sei stato il più bravo, ti sei fatto desiderare e ora hai vinto. E poi? Bisogna continuare a dare la rivincita e la rivincita della rivincita fino a quando qualcuno non si stanca, si siede in panchina o va proprio a cambiarsi negli spogliatoi e si butta sul divano di casa? Che poi a me non piacciono le tattiche, gli schemi di gioco. A me piacciono i divani, le parole spontanee, i gesti di getto, le cose che da dentro escono fuori un po’ come capita. E sarebbe un bel problema, a ben vedere, usare una tattica, vincere la partita e poi pensare di doversi godere un premio che implica fingere di essere ciò che non si è per tutto il tempo. Che se uno non è sportivo, ma fa finta di esserlo per vincere un abbonamento in palestra, e fa finta così bene che alla fine vince, poi chi glie lo fa fare di usarlo, l’abbonamento, facendo una cosa che proprio non gli va? In amore è un po’ così: se giochi di tattica prima o poi ti ritrovi sul podio al primo posto, ma mantenere la posizione poi è un casino. E non si capisce bene nemmeno a che pro.

Preferirei un onesto 0 a 0, che siamo pari, palla al centro e si continua a giocare. Anche per sempre, se capita.

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Poetar coi fanti. Con tante scuse a Guido Catalano.

Appunti dalla prosotrincea. 

In prima linea, ma a mezza via.

Sarebbe poi bello saper scrivere come quel poeta lì, quello che dice cose tanto poetiche parlando di cose tanto banali. Come uno che ti dichiara il suo amore dicendo che proprio non può sopportare le persone che mangiano di fretta, perché gli trasmettono la fastidiosa sensazione che non si sappiano godere la vita, che siano sempre da un’altra parte, che siano distratte rispetto al bello e che nella vita non c’è nulla di più intollerabile del non saper apprezzare il bello e goderselo, lì per lì, quando capita. E che nonostante non possa sopportare le persone che mangano in fretta, che non vedono il bello, che non si godono il momento, ti ama lo stesso perché sei tu e tu gli stai sulle scatole in modo speciale.

Oppure come chi sa descrivere l’autentica malinconia di una giornata di sole estivo, quando tutto è illuminato, quasi riarso, e stai portando in stazione l’ultimo amico rimasto in città, che parte finalmente per le ferie. Scarichi la valigia, di quelle da quindici giorni, e la borsa da spiaggia. Lo accompagni sul binario e mentre butta il mozzicone di sigaretta prima di salire sul treno in partenza gli auguri buone vacanze e imbocchi le scale del sottopasso. Mentre scendi senti il fischio del capotreno e il soffio delle porte che si chiudono e pensi che per almeno una decina di giorni la città è tua. Drammaticamente tua. Che non c’è niente di bello nella solitudine a cui bisogna rassegnarsi. La solitudine è bella se attiva, passiva è una grandiosa fregatura.

O come chi sa raccontare di quella volta che si era preparato per un incontro al bar neppure si trattasse di un appuntamento col destino. Si era preso del tempo, aveva scelto con cura perfino i calzini, perché – si sa – i calzini sono un indumento rivelatore. Una bella giacca la possono scegliere tutti, una cravatta comunica, quasi con impudenza, un preciso messaggio allo spettatore. Larga presidenziale, sottile e annodata lasca Sex Pistols, a fiocco risorgimentale,  sottile e annodata stretta macosatièvenutomainmente. L’intimo poi, una volta che ci sei arrivato, non puoi mica far tante storie. Magari ti dice qualcosa, ma se è un messaggio di conferma tutto bene, altrimenti bene uguale e se ne riparla la volta prossima. Mica si può giudicare l’apparenza arrivati all’intimo. Il calzino invece viola le regole. Normalmente trascurato, potenzialmente visibile anche durante un semplice caffè, dice più di quel che dovrebbe dire: ammicca e insinua come la portinaia che “non vorrei dire, anzi di sicuro mi sbaglio, ma…“. Dunque avevamo lasciato il nostro scrittore, che sarebbe bello esistesse e potesse scrivere come quel poeta che compone cose tanto poetiche a partire da cose tanto banali, in piedi davanti al bar, a guardare distrattamente il telefonino e controllare, con il secondo piano sfumato della macchina da presa cranica, l’effetto del calzino in controluce. Poi in penombra. Poi nella luce verdognola dell’insegna ormai accesa. E lo lasciamo lì, lo scrittore con tanta poesia da tirar fuori dalle cose banali e così tante banali occasioni mancate. Tutte sprecate ad attendere un appuntamento col destino che si è anche dimenticato di rimandare, lui si, con due banali parole di scusa su Whatsapp.

Le parole in controtempo

Le parole in controtempo sono quelle che suonano bene, ma nel contesto sbagliato, sono quelle che abbiamo aspettato a lungo e che arrivano quando ormai ascoltarle ci provoca solo un tiepido sorriso, sono quelle che sono state rimandate – in attesa nel momento giusto, della giusta situazione, in attesa di essere formulate con la giusta forma  e il giusto modo – sono quelle di cui abbiamo immaginato il suono, anzi, la sensazione che avrebbero provocato. Sollievo, gioia, sicurezza, liberazione. Le parole in controtempo non sono mai sbagliate, sono state pesate a lungo, e – anche quando sono improvvisate –  vengono da lontano e con i movimenti intorpiditi dalla stanchezza ci inciampano addosso. E noi le schiviamo. Sono quelle che noi avremmo voluto sentir pronunciare in tante occasioni e in altrettante non siamo stati capaci di dire. Le parole in controtempo sono quelle a cui è mancato il coraggio, sono quelle imprigionate dalla cautela, sono quelle per cui non c’è stato il tempo. Quando un tempo dovrebbe esserci sempre.

Sono un “resta” quando ce ne siamo andati senza muovere un passo, sono un “ci ha convinto” quando abbiamo chiuso un progetto nel cassetto, sono un “se hai bisogno chiama” quando non abbiamo più voglia di parlare, sono scuse, abbracci, critiche in piena faccia, consapevolezze e addii fatti per bene.

Le parole in controtempo sviluppano la trama dei nostri “alla fine vedrai” e “te l’avevo detto“. Ci danno ragione e, forse, fanno sentire meglio quelli che le pronunciano. Ci schiaffano davanti tutta l’insensatezza del tempo speso ad aspettare una soddisfazione che, a conti fatti, non ha nessun sapore. Perché ogni parola ha il suo tempo e quando suona tardi contribuisce alla costruzione di un discorso mai completamente chiuso, ma ormai privo di significato. Un discorso incompiuto, col suo potenziale inespresso, con tutti i mondi che avrebbe potuto, ma non ha voluto, costruire.

A che serviranno tutti questi discorsi? Forse a raccontare altri mondi, impossibili per il nostro, limitato, tempo lineare.

Ammezzato

Che la noia è una compagna non malvagia, ma alla fine logora, che non sai mai bene a cosa ti porta. Tutta questa noia. Che hai 32 anni e, a meno che non si scateni la rivoluzione, non accadrà nulla di rilevante prima della via crucis dei tuoi 33. Tu che passi le serate alle riunioni, i pomeriggi fra excel e telefonate. Centinaia di telefonate. E vorresti andare a un concerto dei Cani, a un concerto de Lo stato sociale e stare fra i tuoi simili. Con i jeans col risvoltino, le magliette autoprodotte e gli occhiali da pentapartito. Invece nel pentapartito ci stai davvero, che quasi non te n’eri accorta e, a pensarci bene, non è né figo, né deprimente. Non è niente. Non è assolutamente niente, perché in 15 anni che fai politica “siam poi sempre tutti qua” e siamo gente delicata.

E i tuoi simili che son lì tutti uguali e confortanti, col risvoltino, la maglietta autoprodotta e i calzini spaiati, di cosa parlano? Con ostinata monomania di musica, di cinema, di libri. Tutti gli stessi titoli, sulla stessa base. L’abbonamento al New Yorker, il brunch della domenica con l’avocado toast, il biologico, quartiere Isola e alle tre del mattino sui Navigli, le presentazioni nelle piccole librerie, i cinema all’aperto, i locali del sottoscala. Ma almeno questo è confortante. Nel fagocitante precariato quotidiano, in assenza di eroi, in fondo è quel che resta di una comunità. Uno straccio di relazione. Non fosse altro per parlarsi addosso, senza starsi troppo addosso, che al contatto fisico non siam poi tanto abituati.

Parliamoci addosso, ma da lontano, per favore. Da un palco immaginario.

Ti sei fissato con il calcio, poi era il vintage, la bici a scatto fisso, la reflex e la Polaroid anni ’70. Non ti sei fissato con la politica, che non ti piace, che è brutta questa storia fatta di persone che si parlano addosso, ma ti parlano anche addosso. Troppo da vicino. Quando l’unico argomento appassionante, per te, sei tu.

Incipit

Non sono mai stata brava con gli addii, ma – ad essere completamente onesta – non sono mai stata brava nemmeno con gl’inizi. La mia maestra alle scuole elementari ripeteva sempre “Chi ben comincia è a metà dell’opera”. Forse per questo ho sempre cominciato dall’inizio e non da metà. Fatico a incominciare bene e penso che in fondo anche questo racconto non faccia eccezione. Se vale la regola delle prime impressioni probabilmente nessun lettore avrà superato queste prime righe. Mi auguro davvero che nella vita reale non tutto si muova secondo le regole non scritte dei detti popolari. Questa storia invece era iniziata bene. Dall’inizio e non da metà, ma bene. Un inizio di quelli classici, che sarebbero davvero perfetti per la seconda o terza pagina di un romanzo.

Considerato però che non sono brava a iniziare le cose partirò dalla fine. Potrebbe rivelarsi un buon inizio.

Un lavoro da donne

Mi ricordo ancora che eravamo nello spogliatoio della palestra. Quinta ginnasio o, al massimo, prima liceo, perché condividevamo ancora lo spazio con l’infermeria che poi, durante la ristrutturazione della scuola sembra non servisse più. Forse avevamo smesso di farci male o forse l’architetto avrà pensato che inserire un’infermeria nel progetto fosse un po’ come fasciarsi la testa prima di prendere la botta. Magari la voleva costruire dopo la botta, chissà. Ci stavamo cambiando e facevamo quei discorsi importanti che fanno le ragazze mentre si cambiano dopo l’ora di ginnastica. Un’ora che è sempre 45 minuti, 15 dei quali trascorsi negli spogliatoi, 10 per uscire dagli spogliatoi, quindi in sintesi non si capisce bene perché ci cambiassimo. Parlavamo dell’ultimo cd comprato da Ricordi in via Cavour oppure del compleanno della tale, alla pizzeria Imperatore, che alla fine la pizza non era arrivata a metà della tavolata. Comunque di quel locale nessuno, a distanza di anni, ricorda la qualità della pizza quanto l’arredo pittoresco. Col senno di poi quindi poco male. Ad un certo punto la conversazione, indirizzata da chissà quale demone di passaggio,  aveva virato verso il periglioso argomento “ma dopo il liceo tu che cosa vuoi fare?”. Esiste una categoria di liceali che inizia a porsi questa domanda e a porla ai compagni di classe più o meno a ottobre del primo anno di corso. Solo perché a settembre ancora non ci si conosce abbastanza. Le ipotesi esposte erano, come spesso accade a 16 anni, assai fantasiose. C’era chi voleva provare a fare l’attrice, ma attrice di teatro, chi studiare a Londra (cosa? Chissà, forse proprio Londra), chi il medico, l’architetto, l’avvocato.

“A me piacerebbe studiare Lettere”

“Lettere?”

“Si…alla fine mi piace molto studiare il latino e il greco. Mi piace la cultura classica…”

“Beh…in fondo non è male. Poi puoi fare l’insegnante, che è un ottimo lavoro per una donna. Così poi hai tempo il pomeriggio per stare a casa coi bambini”.

Ricordo che l’aspirante letterata non ero io (al tempo volevo dedicarmi alla psicologia, prima di passare alla medicina e alla geologia in un climax di concretezza pragmatica dallo spirito al sasso). Ricordo che mi sono fermata e stavo per intervenire, ma la mia compagna letterata mi ha preceduto con uno sguardo e scuotendo le spalle. Ricordo che ho pensato che sarebbe stato molto difficile, in ogni caso, affrontare il futuro. Anche soltanto i 15 minuti d’intervallo che ci stavano aspettando al suono della campanella.