Piccoli piaceri a basso costo

E ce lo dovrebbero ricordare ogni tanto, a noi demoralizzati costituzionali, mezzobichieristivuoti da bar, disaffezionati alla ginnastica del nervo facciale, che esistono dei piaceri semplici. Talmente tanto semplici che costano poco o nulla e non ci occorre nemmeno qualcuno con cui condividerli.

Oh là!

Che sono le due del mattino, dopo una giornata pesante e “ci vorrebbe proprio un piacere dell’ultimo minuto per salvare questa giornata” e invece niente.

Poi arrivi a casa riarso, che a pranzo hai mangiato un panino e a cena una fetta di pizza, che hai bevuto solo una “birra piccola in lattina grazie” e poi sei andato a un incontro dove hai parlato e non c’era una bottiglia d’acqua a pagarla oro. Hai anche valutato di andare alla ricerca del bagno e bere lì, direttamente dal rubinetto, come a scuola. L’incontro in effetti era in una scuola. Poi l’incontro è finito ma c’è voluta ancora una mezz’ora buona prima di raggiungere l’auto e dall’auto casa e da casa la cucina, senza nemmeno togliersi le scarpe e lavarsi le mani, che è tutto quello che serve fare quando si entra in casa prima di fare tutto il resto che si vuole o deve fare.

Bevi.

Un bicchiere d’acqua così pieno che quasi non riesci a portarlo alla bocca senza sbrodolarti tutto. Poi un altro, pieno in maniera meno indecente. E ancora un goccio, giusto per sicurezza.

Ecco il piacere, quel piacere che non lascia spazio a nessun altro pensiero o sentimento. Ed è una sensazione così intensa che quasi quasi quando sei un po’ giù di corda ti verrebbe voglia di chiuderti in auto sotto il sole per cinque minuti, masticando cristalli di sale per poi scendere di corsa, fare le scale di casa e – sudato fradicio – mandar giù acqua a sorsate gelide direttamente dal rubinetto.

Di piaceri così ce ne sono pochi e costano quasi tutti poco o niente. Come lavarsi i denti con lo spazzolino nuovo dopo che per giorni e giorni ti eri ripetuto “questo ormai fa schifo e va cambiato, sembra non spazzoli neanche“. Come andare a letto dopo essersi fatti un bagno caldo infilandosi sotto lenzuola lavate di fresco.

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Un onesto pareggio

Mi è sempre parso davvero stupido il detto “In amore vince chi fugge“. Che poi vorrebbe dire che l’amore è una gara, sempre in corso, e che alla fine c’è un bel premio da vincere. Ma se vince chi fugge, e quindi non si vince in due, che premio sarebbe? Sei stato il più bravo, ti sei fatto desiderare e ora hai vinto. E poi? Bisogna continuare a dare la rivincita e la rivincita della rivincita fino a quando qualcuno non si stanca, si siede in panchina o va proprio a cambiarsi negli spogliatoi e si butta sul divano di casa? Che poi a me non piacciono le tattiche, gli schemi di gioco. A me piacciono i divani, le parole spontanee, i gesti di getto, le cose che da dentro escono fuori un po’ come capita. E sarebbe un bel problema, a ben vedere, usare una tattica, vincere la partita e poi pensare di doversi godere un premio che implica fingere di essere ciò che non si è per tutto il tempo. Che se uno non è sportivo, ma fa finta di esserlo per vincere un abbonamento in palestra, e fa finta così bene che alla fine vince, poi chi glie lo fa fare di usarlo, l’abbonamento, facendo una cosa che proprio non gli va? In amore è un po’ così: se giochi di tattica prima o poi ti ritrovi sul podio al primo posto, ma mantenere la posizione poi è un casino. E non si capisce bene nemmeno a che pro.

Preferirei un onesto 0 a 0, che siamo pari, palla al centro e si continua a giocare. Anche per sempre, se capita.

Rette parallele

E lei, che per vivere addomesticava parole e sentimenti, certi silenzi non li capiva. Quei sottintesi e le frasi di soli sguardi, quel modo di esserci sempre e non pensarci mai. Di non raccontarsi. Le sembrava di non vivere davvero, di aver perso – fra un “ho capito” e un “non c’è nulla da spiegare” – qualcosa di importante. Anche se sapeva che, in fondo, era lei a non riuscire a guardare direttamente negli occhi i sentimenti. Una macchina fotografica come schermo e infinite parole per potersi sentire davvero. Viva.

Poi un giorno, quando le parole si erano arruffate al punto da confondersi e finire col dire tutto il contrario di quel che avrebbero voluto, l’aveva accompagnata in un posto lontano, appena dietro l’angolo, e le aveva raccontato il silenzio, gli sguardi immersi in un infinito spazio bianco. Come una pagina nuova da scrivere.

Storia di una panchina

Rieducazione sentimentale contro il cinismo quotidiano

Alcune hanno un paio di assi rotte oppure della muffa sullo schienale. Alcune sono scheggiate e nelle cavità lasciate dalle schegge si sono sistemati quegli insetti che sembrano coccinelle, ma che non sono coccinelle, perché sono lunghe, hanno le antenne e la schiena piatta. E non sono nemmeno belle come le coccinelle e non portano neanche fortuna. Infatti su quelle panchine da tempo non si siede più nessuno. Solo le coccinelle che non sono coccinelle. Chissà se quelle poi sono ancora panchine.

Lasciarsi ai tempi dell’happy hour

 

Quel modo che avevi di chiedermi le cose difficili in modo semplice, quando ce ne stavamo sul divano, una birra in due, a parlare di noi, del nostro futuro. I silenzi che riempivi, solo con uno sguardo, seduti al tavolo di un bar del centro, un bicchiere di rosso fermo davanti e tanti pensieri attorno.

Mi manca.

Mi mancano i nostri piccoli rituali per scacciare le noie quotidiane, per lasciare i problemi invischiati fra la porta dell’ufficio e quella di casa. Cose semplici, come un aperitivo in piedi nel solito locale o le risate alla bocciofila, dove i vecchi del quartiere ci guardavano incuriositi mentre ordinavamo una malvasia con ghiaccio. Fuori luogo, proprio come loro.

Mancano, manchi.

O forse, più semplicemente, è troppo tempo che non bevo un bicchiere.

L’amore ai tempi del sugo della nonna

L’amore sa di casa, come il profumo del sugo che faceva tua nonna quando ti arriva addosso mentre stai camminando per strada in una città che non conosci. Che pensi immediatamente a quando tornavi da scuola e sentivi quell’odore nell’aria ancor prima di aprire il portone del palazzo e pensavi “sono tornato”. E il sugo ti avvolgeva nell’androne e poi lungo le scale e sul pianerottolo, pian piano, poco per volta, come se ti facesse sobbollire rimescolandoti tutto per renderti più buono nel momento in cui avresti varcato la soglia. Spariva la noia dell’ultima ora di lezione, il fastidio per gli scherzi cretini del più furbo della classe, la stanchezza del dettato alla prima ora, con ancora la testa immersa nei pensieri del sonno. Tutto sparito, giusto in tempo per scolare la pasta in un tempismo perfetto.

E adesso che sei grande e sei per strada in una città che non conosci, ma che forse è quella in cui sei sempre vissuto, solo che quasi quasi proprio non ti pare, ti fermi, per colpa di quel profumo. E vorresti suonare i campanelli, capire chi si nasconde dietro a quella ricetta, vedere se c’è qualcosa – in quella persona – in cui specchiarti per un momento. O almeno un piatto di pasta da condividere, per sentire di nuovo quel preciso sapore. Poi ti basta sapere che ancora esiste per passare dalla nostalgia alla speranza, per riprendere a camminare, per pensare che forse basterebbe trovare gli ingredienti giusti da mescolare.

Ecco, quando troverai chi sa riportarti a casa, non importa quanto vicino o lontano tu sia andato nel mentre, quando sentirai quel profumo, fermati. Potresti essere arrivato.

Milano centrale

I ragazzi che si baciano sulle banchine di Milano centrale sono uno schiaffo in faccia all’efficenza, al cinismo dei praticanti ortodossi delle 24 ore di cui 20 occupate dalle cose che hanno un peso. Loro non hanno un peso, galleggiano fra la folla senza nemmeno prendersi il disturbo di trovare un angolo in disparte. Sono allegri o molto malinconici, non hanno tempo per trovare lo spazio giusto quando il tempo è poco e ci sarebbero ancora un sacco di cose da dirsi, da farsi. Se il tempo è poco, spesso è quello giusto.

I ragazzi che si baciano sulle banchine di Milano centrale hanno il coraggio di ricordarci che esiste un bello che ci meritiamo. Che non è quello che lampeggia dalle insegne luminose ai lati delle scale mobili e nemmeno quello riflesso nelle vetrine di bar e negozi. O sullo schermo del cellulare.

E non è facile trovare il bello fra chi ti spinge, fra le rotelle delle valige che ti solcano il piede e i trolley che ti attentano la caviglia. Fra chi sbuffa e non capisce, fra chi chiede spazio per passare di fretta, sempre di fretta, per non ricordarsi che forse non sa nemmeno bene dove sta andando, c’è qualcuno che si ferma. E pensa a quanto è bella, in fondo, la stazione, alle coincidenze mancate, ai treni presi di corsa per colpa dei saluti, sempre all’ultimo, col giusto tempo, sulla banchina.