Storia di una panchina

Rieducazione sentimentale contro il cinismo quotidiano

Alcune hanno un paio di assi rotte oppure della muffa sullo schienale. Alcune sono scheggiate e nelle cavità lasciate dalle schegge si sono sistemati quegli insetti che sembrano coccinelle, ma che non sono coccinelle, perché sono lunghe, hanno le antenne e la schiena piatta. E non sono nemmeno belle come le coccinelle e non portano neanche fortuna. Infatti su quelle panchine da tempo non si siede più nessuno. Solo le coccinelle che non sono coccinelle. Chissà se quelle poi sono ancora panchine.

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Lasciarsi ai tempi dell’happy hour

 

Quel modo che avevi di chiedermi le cose difficili in modo semplice, quando ce ne stavamo sul divano, una birra in due, a parlare di noi, del nostro futuro. I silenzi che riempivi, solo con uno sguardo, seduti al tavolo di un bar del centro, un bicchiere di rosso fermo davanti e tanti pensieri attorno.

Mi manca.

Mi mancano i nostri piccoli rituali per scacciare le noie quotidiane, per lasciare i problemi invischiati fra la porta dell’ufficio e quella di casa. Cose semplici, come un aperitivo in piedi nel solito locale o le risate alla bocciofila, dove i vecchi del quartiere ci guardavano incuriositi mentre ordinavamo una malvasia con ghiaccio. Fuori luogo, proprio come loro.

Mancano, manchi.

O forse, più semplicemente, è troppo tempo che non bevo un bicchiere.

L’amore ai tempi del sugo della nonna

L’amore sa di casa, come il profumo del sugo che faceva tua nonna quando ti arriva addosso mentre stai camminando per strada in una città che non conosci. Che pensi immediatamente a quando tornavi da scuola e sentivi quell’odore nell’aria ancor prima di aprire il portone del palazzo e pensavi “sono tornato”. E il sugo ti avvolgeva nell’androne e poi lungo le scale e sul pianerottolo, pian piano, poco per volta, come se ti facesse sobbollire rimescolandoti tutto per renderti più buono nel momento in cui avresti varcato la soglia. Spariva la noia dell’ultima ora di lezione, il fastidio per gli scherzi cretini del più furbo della classe, la stanchezza del dettato alla prima ora, con ancora la testa immersa nei pensieri del sonno. Tutto sparito, giusto in tempo per scolare la pasta in un tempismo perfetto.

E adesso che sei grande e sei per strada in una città che non conosci, ma che forse è quella in cui sei sempre vissuto, solo che quasi quasi proprio non ti pare, ti fermi, per colpa di quel profumo. E vorresti suonare i campanelli, capire chi si nasconde dietro a quella ricetta, vedere se c’è qualcosa – in quella persona – in cui specchiarti per un momento. O almeno un piatto di pasta da condividere, per sentire di nuovo quel preciso sapore. Poi ti basta sapere che ancora esiste per passare dalla nostalgia alla speranza, per riprendere a camminare, per pensare che forse basterebbe trovare gli ingredienti giusti da mescolare.

Ecco, quando troverai chi sa riportarti a casa, non importa quanto vicino o lontano tu sia andato nel mentre, quando sentirai quel profumo, fermati. Potresti essere arrivato.

Milano centrale

I ragazzi che si baciano sulle banchine di Milano centrale sono uno schiaffo in faccia all’efficenza, al cinismo dei praticanti ortodossi delle 24 ore di cui 20 occupate dalle cose che hanno un peso. Loro non hanno un peso, galleggiano fra la folla senza nemmeno prendersi il disturbo di trovare un angolo in disparte. Sono allegri o molto malinconici, non hanno tempo per trovare lo spazio giusto quando il tempo è poco e ci sarebbero ancora un sacco di cose da dirsi, da farsi. Se il tempo è poco, spesso è quello giusto.

I ragazzi che si baciano sulle banchine di Milano centrale hanno il coraggio di ricordarci che esiste un bello che ci meritiamo. Che non è quello che lampeggia dalle insegne luminose ai lati delle scale mobili e nemmeno quello riflesso nelle vetrine di bar e negozi. O sullo schermo del cellulare.

E non è facile trovare il bello fra chi ti spinge, fra le rotelle delle valige che ti solcano il piede e i trolley che ti attentano la caviglia. Fra chi sbuffa e non capisce, fra chi chiede spazio per passare di fretta, sempre di fretta, per non ricordarsi che forse non sa nemmeno bene dove sta andando, c’è qualcuno che si ferma. E pensa a quanto è bella, in fondo, la stazione, alle coincidenze mancate, ai treni presi di corsa per colpa dei saluti, sempre all’ultimo, col giusto tempo, sulla banchina.

Singhiozzo

Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.

E probabilmente è anche vero, ma forse ha ragione Cleopatra quando dice che dell’infelicità, del male, delle miserie si è scritto, parlato e “analizzato” tanto, che forse rimane poco di originale da dire, che forse occorre guardare, non senza un certo timore di cadere nella più retorica banalità, al bello, al bene, alla felicità. Scrivere di felicità è imbarazzante. Sembra di tornare ai temi delle scuole elementari, quelli che immancabilmente si chiudevano con un “È stata proprio una bella giornata“. La paura di apparire ingenui, creduloni e superficiali, il pudore di mostrare un sentimento che siamo abituati a fruire solo in modo passivo e mediato e mai a esercitare fino in fondo ci frena.

Siamo preparati a parlare di problemi, dal semplice accenno all’accorato racconto ricco di dettagli, ma non siamo preparati a condividere la felicità. Quante volte ci siamo sentiti rispondere alla domanda “Come va?” – fatta a un amico, non certo per cortesia a un semplice conoscente – un “Sono felice“? Non è solo reticenza, non è solo riservatezza: la felicità è un sentimento démodé. Quasi ci vergogniamo se ci capita di provarla.

Non tutti sono felici allo stesso modo. Io non ricordo di aver mai saltato di gioia. Non ho mai battuto le mani – nemmeno da piccola – non mi è mai capitato di commuovermi, di lanciare un grido. Eppure ho visto queste felicità e so che esistono.  Eppure io sono stata felice. Non tutte le felicità sono uguali. La mia felicità implode. Mi ritrovo senza parole, impossibilitata a comunicare, tanto che spesso chi ho davanti mi chiede “Ma sei contenta?“, quasi disorientato. Taccio o mi escono solo inutili frasi di rito, abbozzo un sorriso, spesso abbasso lo sguardo. La mia felicità si manifesta in uno spazio che va dalla bocca dello stomaco alla gola. Si concentra in quel punto e si ferma lì, riscaldandomi la faccia dall’interno. Mi si scaldano le orecchie, le guance, credo mi si scaldino anche i capelli. Soprattutto se fuori fa freddo. Dura un breve spazio, non si fa analizzare volentieri, non obbedisce ai richiami, come la malinconia o la tenerezza. Non accompagna per lunghi tratti come la tristezza, che ti frega, perché a volte finisci per scambiarla per una buona compagna.

Si ferma lì in gola, per poco tempo, giusto quel che basta per farci caso, poi si trasforma in altro. E a volte viene il dubbio che si sia trattato solo di un principio di singhiozzo, che – strano caso, nei modi di dire – in fondo lega tristezza e felicità.

 

Amore, polpette e tante scuse a Frida Kahlo.

Ti meriti un amore che sfugga ai saggi consigli, agli articoli su “come restare felici a lungo insieme”. Che non ami i tuoi difetti, che sappia dirtelo e che non finga che va sempre tutto comunque bene, con tutto il coraggio che comporta. Che sappia dirti che tu vai bene, perché lo sai, ma a volte serve un ripasso. Che trovi il tempo, anche quando non c’è, per fermarsi ad ascoltare. Ti meriti un amore con cui stare in silenzio, senza smettere mai di condividere i pensieri importanti. Che non risponda per frasi fatte, che ti sappia stupire per quello che è, che tu sappia stupire per quello che sei. Che ti dia sicurezza, tenendo lontana l’abitudine. Un amore per il quale tu sia un punto fermo, ma mai scontato.

Che non si vergogni di dedicarti una canzone, che non trovi banale ricordarsi piccoli eventi di poco conto, che ammosci il conflitto in una risata strappata, come la spoletta di quella granata che stavi lanciando, disinnescata proprio quando c’erano tutte le premesse per una terza guerra mondiale. Che conosca i tuoi punti deboli e non li usi mai contro di te. Che ti abbia mostrato i suoi punti deboli, perché sa che i superpoteri non esistono. Che vuole esistere ed esserci per te. Un amore con cui mangiare, dormire, fare la rivoluzione.

Che ti faccia sentire a casa anche quando non ci sei, che è una cosa semplice, ma impossibile da fare solo seguendo – passo a passo – una ricetta dettata da altri, anche la migliore. Come le polpette.

 

Le parole in controtempo

Le parole in controtempo sono quelle che suonano bene, ma nel contesto sbagliato, sono quelle che abbiamo aspettato a lungo e che arrivano quando ormai ascoltarle ci provoca solo un tiepido sorriso, sono quelle che sono state rimandate – in attesa nel momento giusto, della giusta situazione, in attesa di essere formulate con la giusta forma  e il giusto modo – sono quelle di cui abbiamo immaginato il suono, anzi, la sensazione che avrebbero provocato. Sollievo, gioia, sicurezza, liberazione. Le parole in controtempo non sono mai sbagliate, sono state pesate a lungo, e – anche quando sono improvvisate –  vengono da lontano e con i movimenti intorpiditi dalla stanchezza ci inciampano addosso. E noi le schiviamo. Sono quelle che noi avremmo voluto sentir pronunciare in tante occasioni e in altrettante non siamo stati capaci di dire. Le parole in controtempo sono quelle a cui è mancato il coraggio, sono quelle imprigionate dalla cautela, sono quelle per cui non c’è stato il tempo. Quando un tempo dovrebbe esserci sempre.

Sono un “resta” quando ce ne siamo andati senza muovere un passo, sono un “ci ha convinto” quando abbiamo chiuso un progetto nel cassetto, sono un “se hai bisogno chiama” quando non abbiamo più voglia di parlare, sono scuse, abbracci, critiche in piena faccia, consapevolezze e addii fatti per bene.

Le parole in controtempo sviluppano la trama dei nostri “alla fine vedrai” e “te l’avevo detto“. Ci danno ragione e, forse, fanno sentire meglio quelli che le pronunciano. Ci schiaffano davanti tutta l’insensatezza del tempo speso ad aspettare una soddisfazione che, a conti fatti, non ha nessun sapore. Perché ogni parola ha il suo tempo e quando suona tardi contribuisce alla costruzione di un discorso mai completamente chiuso, ma ormai privo di significato. Un discorso incompiuto, col suo potenziale inespresso, con tutti i mondi che avrebbe potuto, ma non ha voluto, costruire.

A che serviranno tutti questi discorsi? Forse a raccontare altri mondi, impossibili per il nostro, limitato, tempo lineare.