Dovere, potere, volere

Ogni giorno ci alziamo e facciamo delle cose.

Ci vestiamo, andiamo al lavoro, in palestra, al corso d’inglese, facciamo la spesa, facciamo almeno 10.000 passi – che fa bene alla salute – cuciniamo le verdure, andiamo all’incontro che “quel nostro conoscente ci tiene tanto“. Poi arriviamo a sera, ci svestiamo, ci mettiamo a letto e aspettiamo di ricominciare da capo. Aspettiamo il momento buono per essere noi stessi. Nel fine settimana, in vacanza, quel pomeriggio che magari salta la riunione e ci troviamo alle cinque immobili in mezzo a una piazza.

Non abbiamo mai tempo, ma appena si apre uno spiraglio nella nostra routine lo riempiamo con qualcosa. Possiamo farlo, abbiamo uno spazio a disposizione, e spesso quel possiamo diventa un dobbiamo. Anche una lettura, un film, uno spettacolo a teatro, una cena rimandata da tempo diventa un dobbiamo. Perché non si può perdere tempo, perché – in fondo – per chiedersi davvero  “che cosa mi va di fare” c’è tempo. Dobbiamo corrispondere a delle aspettative, dobbiamo migliorare noi stessi, anzi, dobbiamo essere al meglio. Dobbiamo dimostrare ogni giorno di essere all’altezza, ma quale sia l’altezza alla quale dobbiamo tendere ci sfugge.

Non ci poniamo mai la sola domanda che abbia senso porsi ogni sera prima di andare a letto. E –  no – non è “ho spento il gas”. Non ci chiediamo se siamo felici. Quando capita rispondiamo in modo vago anche a noi stessi, ci diciamo che in fondo siamo realizzati, che abbiamo raggiunto degli obiettivi, che “possediamo” una serie di cose o abbiamo accesso a delle opportunità. Ma sfuggiamo alla vera domanda. Siamo felici? Evadiamo perché la domanda è difficile e implica una premessa: sapere cosa significhi per noi la felicità. Per noi e non per la nostra famiglia, per gli amici, per i colleghi, per le aspettative esterne. La domanda che non coinvolge il “cosa devo fare” e nemmeno il cosa “posso fare”, ma cosa voglio fare. Quella che implica immaginazione, creatività, pensiero.

Si tratta di un esercizio pericoloso, che ci autorizziamo a praticare solo nei momenti difficili della vita, quando un “accidente” esterno ci mette davanti alla limitatezza del tempo a nostra disposizione. Altrimenti è sempre domani. Vorrei essere felice, ma ora devo fare questa cosa. Vorrei essere felice, ma non posso perché… Ci manca l’onestà di ammettere che il vero problema non è il tempo, né la mancanza di possibilità, ma che – semplicemente – non sappiamo più che cosa possa portare felicità. Ci manca il coraggio di porci la domanda e investire le nostre energie nel faticoso percorso del trovare una risposta per poi trarne le debite conseguenze.

E così le nostre giornate si susseguono in una serie di “tutto qui?” sussurrati a mezza voce, che sono però – in fondo – più rassicuranti e familiari del rischio che si corre nel cercare di essere davvero sé stessi. E magari sorridere davvero.

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Qualcuno con cui correre

La mia idea di felicità può stare nell’abitacolo di un’utilitaria che rientra in città la domenica sera  lungo la via Emilia. E non importa dove si è stati, ma l’autoradio trasmette quella musica che lascia spazio alle parole e le parole non vengono spese perché non sono necessarie. Ci si riposa, ci si concede il lusso di un silenzio per due.

La mia idea di felicità è un tavolo in pizzeria e una discussione sul Settecento italiano. La miglior zuppa inglese. La crisi da cui non si esce. Una serata trascorsa a ballare musica di merda e le Variazioni di Goldberg di Bach sul divano la mattina dopo. La colazione alle 11.00, con la tavola apparecchiata. A cena sushi sul divano. Un letto per due, un libro ciascuno e la finestra aperta quel tanto da far entrare la strada nella stanza.

La mia idea di felicità è non dover controllare il telefono, ma sapere che un messaggio c’è. La mia idea di felicità è inventare un modo per stupire, uno per far sorridere, uno per dare una mano. La mia idea di felicità è avere cura, ma rinunciare al controllo.

La doccia prima di andare a letto o dopo una corsa. L’odore delle librerie. Se hai bisogno chiama. I discorsi impegnati, le maratone di telefilm, il sabato mattina, le riunioni con la passione di mezzanotte, il Martini del venerdì sera. Fotografare tutto l’essenziale. Fotografare soprattutto cose inutili.

La mia idea di felicità è trovare uno specchio che rifletta le mie contraddizioni. E magari non soltanto quelle.