Le elementari del libro Cuore II

Quando mi sono iscritta a scuola in prima elementare, insieme alla cartella, al diario, ad astucci e quaderni vari, ci hanno fatto comprare anche il grembiule bianco.

Un ottimo modo per rendere i bambini tutti uguali ed impedirgli di focalizzare l’attenzione su cose vacue e potenzialmente discriminanti come la felpa firmata o i pantaloni alla moda; peccato però che poi c’erano gli zaini, le scarpe, la macchina con cui mamma e papà ti venivano a prendere, la bicicletta, il giocattolo, il luogo in cui trascorrevi (o non trascorrevi) le vacanze e via discorrendo, a ricordarti la tua precisa collocazione sociale.

E per fortunaper certi versi – perché così ci siamo fatti gli “anticorpi” per tempo, perché se poi arrivi nel crudele mondo delle medie con l’utopica convinzione che “siamo tutti uguali”, finisce che ti scontri, nel modo più crudele possibile (quello delle cattiverie che solo i dodicenni-tredicenni possono dire e fare) con l’amara realtà.

Non siamo tutti uguali e i bambini hanno mille modi per ricordarselo continuamente l’un l’altro.

La mia mamma mi ha comprato il camper di Barbie

Beh…la mia mi ha comprato la villa con piscina e stalla per il bianco destriero

Silenzio e amarezza.

Insomma, il grembiule è stata una pessima idea, maturata con i migliori intenti, ma comunque pessima. Ogni mattina era uno strazio infilarselo sopra i vestiti, abbottonarlo per bene, controllare di non macchiarlo nel giro di pochi secondi (ma per quale sadica ragione poi l’hanno studiato proprio bianco?), evitare di soffocare perché il colletto stringeva troppo. E poi anche i grembiuli erano diversi: tutti bianchi si, ma alcuni col colletto di pizzo, altri con le alette inamidate, altri con un ricamino tono su tono a motivi floreali. Tutti uguali non è un concetto praticabile neppure fra le ristrette mura di una scuola privata cattolica. Eravamo apparentemente tutti uguali, ma alcuni più uguali di altri.

L’unico effetto che i grembiuli sortivano quindi era quello di far imbufalire chi, come me, si sarebbe vestito volentieri da clown, abbinando in modo assurdo colori sgargianti in grado di provocare lesioni oculari ai malcapitati astanti. Desideravo ardentemente sfoggiare inguardabili felpe gialle con delfini blu sopra, magliette con il mio nome e un gatto abbinato, pantaloni in acetato (tanto di moda al tempo): il buon gusto non è mai stato il mio forte. Trovavo mortificante questa omologazione e, se ancora non ero in grado di portare avanti una critica strutturata al concetto di uniformità, provavo lo stesso una repulsione istintiva per quella divisa.

Ma con l’avvento della terza elementare ed il pensionamento dell’odiato grembiule, scoprii che non era affatto il peggiore dei mali: il vero male era la moralizzazione dell’abbigliamento fanciullesco.

Un giorno mia madre decise – forse nel vano tentativo di rendermi un po’ meno maschiaccio – di mandarmi a scuola vestita con un maglioncino a righe stretto, una minigonna di tuta arancione, calze pesanti verdi. Io non ero femminile, non ero la tipica bambina da gonna di tulle, non stavo seduta composta: arrivata in classe mi misi quindi al posto, come mio solito, seduta in posa plastica a gambe rigorosamente aperte.

Il commento della maestra non si fece attendere: gridò alla scostumatezza e riprese i miei modi e il mio abbigliamento inappropriato davanti a tutta la classe. A ripensarci oggi mi viene da ridere, ma al tempo avevo preso la questione molto seriamente e non avevo più voluto indossare quella gonna per andare a scuola, pur di evitare un’ulteriore mortificazione. E ora che ci penso, di minigonne nella mia vita non ne ho mai indossate molte.

Le elementari del libro Cuore

Il refettorio delle scuole elementari era all’ultimo piano. Refettorio e non mensa, quasi a voler sottolineare, anche nel lessico, l’appartenenza a un mondo altro. Alla campanella delle 12.30 la maestra ci faceva salire la scalinata in fila indiana e – suddivisi per classi – ci fermavamo a ritirare i tovaglioli riposti in una scansia lungo il corridoio. Ognuno aveva la sua bustina con il tovagliolo di stoffa. Alcuni avevano le iniziali ricamate, altri un particolare disegno cucito sopra. Chi aveva semplicemente il nome scritto con il pennarello indelebile non era visto di buon occhio. Era strano, era diverso. D’altra parte anche chi arrivava con il buono pasto giallo era diverso. Ogni mattina la maestra ritirava i buoni e se dovevi mangiare a scuola era meglio non perderlo. I buoni azzurri davano accesso al pasto completo, quelli gialli solo alla minestra. Minestra e non primo. Per anni mi sono chiesta come mai al refettorio anche la pastasciutta, la pizza, le lasagne fossero una minestra. Molte cose in quel limitato spazio cambiavano nome. Invidiavo un po’ i bambini dal buono giallo. Dal refettorio si usciva infatti solo dopo aver mangiato tutto e non era lecito rifiutare una portata. Il loro problema si limitava dunque a un solo piatto e per il resto c’era la “gavettina” portata da casa. Invidiavo ancora di più i bambini – pochi ad essere onesti – che tornavano a pranzo a casa. Una parentesi di normalità prima di tornare a giocare in cortile e poi in classe.

Le regole del refettorio:

  • si sale in silenzio e in fila indiana
  • si parla a bassa voce e non si sceglie il posto a tavola
  • non si va in bagno durante il pasto
  • si mangia tutto quello che viene servito al tavolo, anche se non richiesto
  • non si beve prima del secondo
  • non si mangia prima di aver fatto la preghiera di ringraziamento
  • non ci si alza prima di aver fatto la preghiera di ringraziamento

Grazie Signore per il cibo che ci stai per donare e danne a tutti quelli che non ne hanno [variante e danne a tutti i poveri del mondo]. Amen”.

Del refettorio ricordo l’odore di parmigiano, la pasta bianchiccia immancabilmente scotta, il tonno con patate lesse il venerdì, le “svizzere” – che nel mondo reale chiamavo polpette – la gioia mensile della pizza in teglia.

Dramma ipocrifo in 5 atti

Atto V. Epilogo

Non avevamo nulla da raccontare, ma volevamo raccontarlo. Volevamo essere normali, come tutti, ma non volevamo essere dimenticati. Come questa notte, appena trascorsa, seduti ognuno per suo conto sulla banchina spartitraffico di una piazzola di sosta lungo la via Emilia. Arriva l’alba, se la racconteremo in uno scatto su Instagram. Arriva l’alba anche se non la stavamo aspettando.

Dramma ipocrifo in 5 atti

Atto IV. Control. Alt. Canc.

Altre persone si erano avvicinate, ma nessuno sembrava far caso allo strano monologo della ragazza. Molti fissavano lo schermo del telefono, altri lo portavano alla bocca per registrare discorsi che forse qualcuno avrebbe distrattamente ascoltato. Senza interruzioni. Senza bisogno di un “passo e chiudo” finale. Conversazioni negate ed eternamente sospese.

Erano da poco passate le tre del mattino. L’aria era ancora immobile e sembrava che nulla, in quella stazione di servizio, fosse cambiato. Di alcuni luoghi solo pochi eletti possono apprezzare il mutamento: troppo breve l’osservazione, troppo distratto il passaggio.

La guardia giurata, passando ogni due ore, stancamente osservava la stessa scena che si ripeteva ogni notte. Viaggiatori con una meta già sancita, che differivano il ritorno.

Voce che gridi nel deserto, parlare ti costa fatica, parlare ci costa fatica. Non siamo predicatori, siamo profeti, ma non c’è alcun Verbo da annunciare. Dall’alto delle nostre bacheche lanciamo messaggi su cui nessuno ha il tempo di riflettere. Sui quali spesso non abbiamo riflettuto noi per primi. Non c’è redenzione, perché non c’è nulla da cui essere redenti.

Sopravviverai Ulisse, nella più totale indifferenza degli dei.

Dramma ipocrifo in 5 atti

Atto III. La Profezia

Ti perderai Ulisse e non farai ritorno ad Itaca, ma non sarà per sete di conoscenza. Il consenso, il desiderio di piacere, di essere più di tutti come tutti, il più straordinario degli esseri normali ti tradirà. Costruirai nuovamente un ardito inganno, la tua immagine nel web – molteplice Ulisse, multiforme – ma nel ventre di questo cavallo resterai intrappolato. Vittima del tuo stesso inganno, novello nessuno, non riuscirai a liberarti. Chi vorrà condividere con te la tua vera identità? Chi sarà capace di vedere al di là del fitto ordito da te stesso intrecciato? Chi ti riconoscerà fra i tanti tuoi profili diversi? La rete Ulisse è reale più del reale stesso, chi ti crederà quando dirai il vero? E tu sarai in grado di riconoscerti, di credere a te stesso?

1732 amici, 2345 follower e fra di loro, in silenzio, si annidano i Proci. A chi ti potrai affidare, stanco, quando scenderà la sera?”.

Quanto tempo era trascorso? Forse mezz’ora, forse un paio d’ore. Si era fatto buio. Nella piazzola si erano fermate altre auto e altre persone si erano raccolte sotto la luce asettica dei neon. Qualcuno si era seduto a bere sul bordo dell’aiuola spartitraffico. La scusa del pieno di benzina o di una bibita al distributore automatico e qualche minuto ancora per non affrontare la realtà, qualche minuto ancora sulla strada, in uno spazio sospeso dove trovare pace. Come in corsa sulla tangenziale, dove puoi persino piangere senza che nessuno se ne accorga, come alle alle casse degli ipermercati, dove puoi fermarti e incontrare la noia, come nelle sale d’aspetto delle stazioni, dove puoi immaginare qualsiasi vita riflessa nel primo sconosciuto di cui incroci lo sguardo. Pur restando nel mondo.

Sentinella a che punto è la notte?

La notte è scandita da canzoni condivise in modalità silenziosa, da sequenze di 140 caratteri battuti al buio, lungo il ciglio della via Emilia, da chi ha accostato per un’improvvisa paura di solitudine. Per paura di poter scomparire. La notte è scandita da telefoni in mano senza numeri da comporre.

Sono tanti gli occhi che ti fissano Ulisse e non basterà un tizzone per accecare il Ciclope questa volta. Sono tanti e ti osservano, tu stesso li hai invitati. Saprai mostrarti all’altezza dei giudici che tu stesso hai scelto? Un Coro di like sancirà la fine di ogni atto, ma senza il Coro avrà ancora senso recitare su questo palcoscenico? Temi il giudizio Ulisse, ma senza giudizio altrui non sai vivere, non sai distinguere il valore di ciò che ti circonda. Hai desiderio di raccontare, di rispondere a nuove domande, ma non ricordi più come ascoltare, non hai desiderio di chiedere nulla a chi incontri”.

Sentinella a che punto è la notte?

Non avevamo una guerra da combattere, un nemico da sconfiggere, un sogno, un motivo per partire. Volevamo una storia da raccontare, ma non avevamo desiderio di viverla. Abbiamo modellato le nostre vite su una narrazione, guidati dal Coro. Il Coro commentava le scene, ciò che accadeva nelle vite reali. Il Coro ha costruito l’epica della normalità e anche noi volevamo disperatamente esserne parte. Siamo quello che mangiamo, che leggiamo, che guardiamo, siamo le persone che incontriamo, siamo figli dei nostri padri e delle nostre madri, siamo la terra da cui proveniamo, il lavoro che facciamo, siamo ciò che compriamo, ma non siamo nulla se non lo condividiamo. Siamo ciò che ci viene riconosciuto da giudici parziali che abbiamo eretto a guida. Siamo il commento alle vite che ci siamo costruiti raccontandoci.

Una ragazza ti aspetta in stazione. Uno sguardo vero, non mediato, una presenza e non un racconto, qualcosa di costruito a beneficio di un tuo bisogno. Ti aspetta e ti sfida Ulisse. Dov’è finito il tuo desiderio di esplorare? O forse preferisci la costruzione di una memoria preventiva, una Penelope rassicurante, da amare per ciò che rappresenta e non per ciò che è, da amare senza delusione, da amare per ciò che ti garantisce? Perché questo è il tuo mondo Ulisse, un’isola di amicizie che si auto confermano in un’interrotta sequenza di like. Approvazione. E se qualcuno ti delude basta distogliere il cursore. Poco per volta scomparirà dalla tua timeline, poco alla volta scomparirà dalla tua vita. Senza nemmeno il bisogno di cancellarlo. Un addio trascinato, a sangue intiepidito, che si misura nella mancanza di un gesto. Proprio come questa tua sosta”.

Dramma ipocrifo in 5 atti

Atto II. Tiresia

Indossava un vecchio cappello a tesa larga troppo grande per la sua testa. Calato fin quasi sugli occhi lasciava a malapena intravedere il bordo color tartaruga degli occhiali da sole. I capelli, di un imprecisato colore fra il rosso e il castano, coprivano il collo, le orecchie e, scendendo lungo le guance, si fermavano all’altezza della bocca, con un taglio netto. Masticava un bastoncino, forse liquirizia. Non guardava il telefono, non sembrava aspettare nessuno. Forse era arrivata con l’ultima corriera della sera oppure camminando lungo la via Emilia. Era completamente fuori luogo, sembrava a suo agio. Sembrava non si curasse del caldo e delle zanzare, del fatto che il bar della stazione di servizio stava chiudendo e che a quel punto sarebbe rimasta solo l’intermittente luce al neon del distributore self-service a farle compagnia. Appoggiato alla portiera semiaperta della macchina Ulisse l’aveva osservata qualche minuto mentre finiva la quarta ultima sigaretta della giornata. La ventisettesima della settimana. Schiacciato il mozzicone sotto la suola della scarpa era salito a bordo e stava per ripartire quando dal finestrino l’aveva sentita parlare.

Conosco il tuo nome. Ti chiami Ulisse e stavi compiendo il tuo viaggio, ma la paura ti ha fermato”.

Aveva abbassato il finestrino, gli occhiali da sole e alzato lo sguardo.

Sono Tiresia e so molte cose”.

Dramma ipocrifo in 5 atti

Se non è condiviso non è reale.

Se non è condiviso non è mai successo.

Se non è condiviso sarà forse pensabile?

Atto I. Non avrai altro dio all’infuori di Klout.

L’appuntamento era fissato per le nove alla stazione di S. Ilario, ma Ulisse non ci sarebbe mai arrivato. Lo sapeva da prima di partire, lo sapeva ancor prima di accettare l’invito della ragazza del treno, quella che ogni giorno incontrava andando al lavoro. La ragazza che gli aveva chiesto di dove fosse, cosa facesse e che gli aveva lasciato il suo numero di telefono, perché – no – lei non aveva un profilo social. Lei per quel mondo non esisteva. Per il suo mondo non esisteva. Esisteva solo fra le 6.58 e le 8.15 sulla linea Parma Bologna. Esisteva per un breve spazio e poi spariva inghiottita da una realtà impalpabile che Ulisse faticava a distinguere dal sogno.

Era bello parlare con lei. Richiamava alla sua mente un desiderio di esplorazione che credeva perso, parlava a una sua parte viva nascosta, parlava per desiderio di conoscenza e condivisione. Per questo aveva accettato l’invito, ma mentre la linea blu sullo schermo del navigatore si accorciava, poco alla volta aveva incominciato a provare qualcosa di strano, qualcosa di ancora inarticolato, una sensazione di smarrimento simile alla paura. Di lei conosceva solo il nome e il numero di telefono, i libri che aveva letto negli ultimi mesi, che si occupava di traduzioni commerciali per un’azienda di Bologna. Non sapeva quanti amici avesse, se fosse fotogenica, se fossero pochi o tanti coloro che la stimavano.

Perché lui si sentiva stimato. Con un klout di 76 e status che non scendevano mai sotto la soglia dei 40 like (anche perché sarebbero stati da lui stesso rimossi), con un costante flusso di messaggi in bacheca e di retweet, si sentiva sicuro e padrone del suo mondo. Un mondo fatto da influencer e persone di successo, da dinamiche relazionali che era in grado di decodificare. Lei non era di quel mondo e quel mondo non le interessava. Sarebbe stata all’altezza delle sue aspettative? Sarebbe stata abbastanza reale?

Ad un tratto, poco prima dell’uscita di Reggio Emilia, si era chiesto se quella ragazza fosse mai esistita, ma non aveva nessuno a cui chiedere conferme se non a se stesso. La paura si era fatta concreta e, uscito dal casello, aveva accostato in un’area di servizio appena fuori dall’autostrada.