Amore, polpette e tante scuse a Frida Kahlo.

Ti meriti un amore che sfugga ai saggi consigli, agli articoli su “come restare felici a lungo insieme”. Che non ami i tuoi difetti, che sappia dirtelo e che non finga che va sempre tutto comunque bene, con tutto il coraggio che comporta. Che sappia dirti che tu vai bene, perché lo sai, ma a volte serve un ripasso. Che trovi il tempo, anche quando non c’è, per fermarsi ad ascoltare. Ti meriti un amore con cui stare in silenzio, senza smettere mai di condividere i pensieri importanti. Che non risponda per frasi fatte, che ti sappia stupire per quello che è, che tu sappia stupire per quello che sei. Che ti dia sicurezza, tenendo lontana l’abitudine. Un amore per il quale tu sia un punto fermo, ma mai scontato.

Che non si vergogni di dedicarti una canzone, che non trovi banale ricordarsi piccoli eventi di poco conto, che ammosci il conflitto in una risata strappata, come la spoletta di quella granata che stavi lanciando, disinnescata proprio quando c’erano tutte le premesse per una terza guerra mondiale. Che conosca i tuoi punti deboli e non li usi mai contro di te. Che ti abbia mostrato i suoi punti deboli, perché sa che i superpoteri non esistono. Che vuole esistere ed esserci per te. Un amore con cui mangiare, dormire, fare la rivoluzione.

Che ti faccia sentire a casa anche quando non ci sei, che è una cosa semplice, ma impossibile da fare solo seguendo – passo a passo – una ricetta dettata da altri, anche la migliore. Come le polpette.

 

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Storia di una panchina

Rieducazione sentimentale contro il cinismo quotidiano

Ci sono quelle di montagna, che se ne stanno addormentate fuori dal rifugio per lunghi mesi invernali, sepolte sotto la neve, in silenzio. Aspettano il disgelo e il primo escursionista che, stanco per la salita, si abbandonerà sollevando lo sguardo verso la cima vicina. Ci sono quelle di mare, incrostate di salsedine, momentaneo trespolo di qualche gabbiano. Aspettano la bella stagione, le prime domeniche di sole, qualcuno che – per una breve fuga da sé stesso – ha scelto il mare d’inverno.

Aspettano quegli attimi di presente che ogni giorno, inconsapevoli e indifferenti, scorrono accanto alle panchine di città.

 

Le parole in controtempo

Le parole in controtempo sono quelle che suonano bene, ma nel contesto sbagliato, sono quelle che abbiamo aspettato a lungo e che arrivano quando ormai ascoltarle ci provoca solo un tiepido sorriso, sono quelle che sono state rimandate – in attesa nel momento giusto, della giusta situazione, in attesa di essere formulate con la giusta forma  e il giusto modo – sono quelle di cui abbiamo immaginato il suono, anzi, la sensazione che avrebbero provocato. Sollievo, gioia, sicurezza, liberazione. Le parole in controtempo non sono mai sbagliate, sono state pesate a lungo, e – anche quando sono improvvisate –  vengono da lontano e con i movimenti intorpiditi dalla stanchezza ci inciampano addosso. E noi le schiviamo. Sono quelle che noi avremmo voluto sentir pronunciare in tante occasioni e in altrettante non siamo stati capaci di dire. Le parole in controtempo sono quelle a cui è mancato il coraggio, sono quelle imprigionate dalla cautela, sono quelle per cui non c’è stato il tempo. Quando un tempo dovrebbe esserci sempre.

Sono un “resta” quando ce ne siamo andati senza muovere un passo, sono un “ci ha convinto” quando abbiamo chiuso un progetto nel cassetto, sono un “se hai bisogno chiama” quando non abbiamo più voglia di parlare, sono scuse, abbracci, critiche in piena faccia, consapevolezze e addii fatti per bene.

Le parole in controtempo sviluppano la trama dei nostri “alla fine vedrai” e “te l’avevo detto“. Ci danno ragione e, forse, fanno sentire meglio quelli che le pronunciano. Ci schiaffano davanti tutta l’insensatezza del tempo speso ad aspettare una soddisfazione che, a conti fatti, non ha nessun sapore. Perché ogni parola ha il suo tempo e quando suona tardi contribuisce alla costruzione di un discorso mai completamente chiuso, ma ormai privo di significato. Un discorso incompiuto, col suo potenziale inespresso, con tutti i mondi che avrebbe potuto, ma non ha voluto, costruire.

A che serviranno tutti questi discorsi? Forse a raccontare altri mondi, impossibili per il nostro, limitato, tempo lineare.

Epocali

Di quando contestai la prima del Regio. Di quando contestai la riforma Zecchino. Di quando contestai la riforma Moratti. Di quando contestai Carlo Azeglio Ciampi all’ingresso della Messa da Requiem di Verdi. Di quando contestai la guerra in Afganistan, la Monsanto, Berlusconi ed Elvio Ubaldi. Di quando contestai l’occupazione, perché era meglio l’autogestione e l’anno dopo contestai l’autogestione, perché era più coerente occupare. Di quando contestai il capitalismo americano e le sue multinazionali, poi arrivò l’11 settembre e improvvisamente nessuno aveva più una gran voglia di contestare.

Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Poi un giorno ti fermi perché incontri una persona nuova, qualcuno con cui non hai mai parlato, a cui non sei stato presentato da amici comuni o che ti conosce per “sentito dire”, qualcuno che non sa nulla della tua famiglia, del tuo lavoro, di quello che ti piace mangiare e della musica che ascolti quando – da solo in macchina – torni a casa tardi la sera. Qualcuno che, per quanto ne sai, non sa neppure se hai una macchina o se ti piace fare tardi. A volte capita che, durante questi incontri, tu veda tutto il potenziale di quei “te” inespressi, quelli che nel rassicurante gioco di specchi quotidiano con chi ti conosce, da poco o tanto tempo, non possono venire fuori. Striderebbero, metterebbero in discussione quello che sei, che poi in fondo è quello che gli altri vedono in te e ti trasmettono, quello che hai deciso di mostrare, quel vestito cucito addosso di cui hai scelto con cura le stoffe, ma che a volte sembra andarti un po’ stretto. Perché il corpo cambia e cambia anche tutto il resto.

Inventi allora una storia nuova, a volte vicina a quella che chi ti conosce potrebbe raccontare al tuo posto, a volte molto distante, perché ti vuoi immaginare così, perché vuoi sperimentare. Ma il cambiamento costa e anche immaginarsi non è gratis, perché mentre ipotizzi quel “qualcun altro” stai già diventando altro da te. E hai paura che non vada bene, di non essere all’altezza, di non essere abbastanza per poter diventare qualcosa di diverso ed essere comunque amato. Cambiando. È più semplice – in fondo – restare quello che siamo, pregi e difetti, noti a chi ci circonda, e rassicurarci reciprocamente della nostra capacità di conoscere e conoscerci.

“Perché sono fatto così, mi conosci”, “Perché so come la pensi”.

Basta la domanda di uno sconosciuto per immaginarci diversi, basta la risposta di un amico per riportarci nei nostri confini. E non si sa, alla fine, chi dovrebbe aver ragione.

Storia di una panchina

Rieducazione sentimentale contro il cinismo quotidiano

Ci sono quelli che arrivano in ritardo e quelli che aspettano – seduti sempre più vicino al bordo – con aria disinvolta, poi impaziente, poi stanca. Si voltano a destra e a sinistra, guardano il cellulare distrattamente per controllare l’ora, per far scorrere più rapidamente qualche minuto in un like. Che poi chissà come mai quelli in ritardo sono sempre attesi da quelli più puntuali, che si arrabbiano, che pensano “La prossima volta mi presento mezz’ora dopo”. Poi dopo mezz’ora l’altro arriva e basta quel mezzo sorriso a mani giunte per sciogliere tutto in una smorfia di rimprovero poco credibile.

Ammezzato

Che la noia è una compagna non malvagia, ma alla fine logora, che non sai mai bene a cosa ti porta. Tutta questa noia. Che hai 32 anni e, a meno che non si scateni la rivoluzione, non accadrà nulla di rilevante prima della via crucis dei tuoi 33. Tu che passi le serate alle riunioni, i pomeriggi fra excel e telefonate. Centinaia di telefonate. E vorresti andare a un concerto dei Cani, a un concerto de Lo stato sociale e stare fra i tuoi simili. Con i jeans col risvoltino, le magliette autoprodotte e gli occhiali da pentapartito. Invece nel pentapartito ci stai davvero, che quasi non te n’eri accorta e, a pensarci bene, non è né figo, né deprimente. Non è niente. Non è assolutamente niente, perché in 15 anni che fai politica “siam poi sempre tutti qua” e siamo gente delicata.

E i tuoi simili che son lì tutti uguali e confortanti, col risvoltino, la maglietta autoprodotta e i calzini spaiati, di cosa parlano? Con ostinata monomania di musica, di cinema, di libri. Tutti gli stessi titoli, sulla stessa base. L’abbonamento al New Yorker, il brunch della domenica con l’avocado toast, il biologico, quartiere Isola e alle tre del mattino sui Navigli, le presentazioni nelle piccole librerie, i cinema all’aperto, i locali del sottoscala. Ma almeno questo è confortante. Nel fagocitante precariato quotidiano, in assenza di eroi, in fondo è quel che resta di una comunità. Uno straccio di relazione. Non fosse altro per parlarsi addosso, senza starsi troppo addosso, che al contatto fisico non siam poi tanto abituati.

Parliamoci addosso, ma da lontano, per favore. Da un palco immaginario.

Ti sei fissato con il calcio, poi era il vintage, la bici a scatto fisso, la reflex e la Polaroid anni ’70. Non ti sei fissato con la politica, che non ti piace, che è brutta questa storia fatta di persone che si parlano addosso, ma ti parlano anche addosso. Troppo da vicino. Quando l’unico argomento appassionante, per te, sei tu.