Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Poi un giorno ti fermi perché incontri una persona nuova, qualcuno con cui non hai mai parlato, a cui non sei stato presentato da amici comuni o che ti conosce per “sentito dire”, qualcuno che non sa nulla della tua famiglia, del tuo lavoro, di quello che ti piace mangiare e della musica che ascolti quando – da solo in macchina – torni a casa tardi la sera. Qualcuno che, per quanto ne sai, non sa neppure se hai una macchina o se ti piace fare tardi. A volte capita che, durante questi incontri, tu veda tutto il potenziale di quei “te” inespressi, quelli che nel rassicurante gioco di specchi quotidiano con chi ti conosce, da poco o tanto tempo, non possono venire fuori. Striderebbero, metterebbero in discussione quello che sei, che poi in fondo è quello che gli altri vedono in te e ti trasmettono, quello che hai deciso di mostrare, quel vestito cucito addosso di cui hai scelto con cura le stoffe, ma che a volte sembra andarti un po’ stretto. Perché il corpo cambia e cambia anche tutto il resto.

Inventi allora una storia nuova, a volte vicina a quella che chi ti conosce potrebbe raccontare al tuo posto, a volte molto distante, perché ti vuoi immaginare così, perché vuoi sperimentare. Ma il cambiamento costa e anche immaginarsi non è gratis, perché mentre ipotizzi quel “qualcun altro” stai già diventando altro da te. E hai paura che non vada bene, di non essere all’altezza, di non essere abbastanza per poter diventare qualcosa di diverso ed essere comunque amato. Cambiando. È più semplice – in fondo – restare quello che siamo, pregi e difetti, noti a chi ci circonda, e rassicurarci reciprocamente della nostra capacità di conoscere e conoscerci.

“Perché sono fatto così, mi conosci”, “Perché so come la pensi”.

Basta la domanda di uno sconosciuto per immaginarci diversi, basta la risposta di un amico per riportarci nei nostri confini. E non si sa, alla fine, chi dovrebbe aver ragione.

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Qualcuno con cui correre

La mia idea di felicità può stare nell’abitacolo di un’utilitaria che rientra in città la domenica sera  lungo la via Emilia. E non importa dove si è stati, ma l’autoradio trasmette quella musica che lascia spazio alle parole e le parole non vengono spese perché non sono necessarie. Ci si riposa, ci si concede il lusso di un silenzio per due.

La mia idea di felicità è un tavolo in pizzeria e una discussione sul Settecento italiano. La miglior zuppa inglese. La crisi da cui non si esce. Una serata trascorsa a ballare musica di merda e le Variazioni di Goldberg di Bach sul divano la mattina dopo. La colazione alle 11.00, con la tavola apparecchiata. A cena sushi sul divano. Un letto per due, un libro ciascuno e la finestra aperta quel tanto da far entrare la strada nella stanza.

La mia idea di felicità è non dover controllare il telefono, ma sapere che un messaggio c’è. La mia idea di felicità è inventare un modo per stupire, uno per far sorridere, uno per dare una mano. La mia idea di felicità è avere cura, ma rinunciare al controllo.

La doccia prima di andare a letto o dopo una corsa. L’odore delle librerie. Se hai bisogno chiama. I discorsi impegnati, le maratone di telefilm, il sabato mattina, le riunioni con la passione di mezzanotte, il Martini del venerdì sera. Fotografare tutto l’essenziale. Fotografare soprattutto cose inutili.

La mia idea di felicità è trovare uno specchio che rifletta le mie contraddizioni. E magari non soltanto quelle.

Storia di una panchina

Rieducazione sentimentale contro il cinismo quotidiano

Ci sono quelli con il bastone e un cane stanco al guinzaglio. Si siedono con la Gazzetta dello Sport, ma poi se l’appoggiano a fianco. In testa una data che non corrisponde a quella sul giornale. Guardano un punto fra il cielo e il semaforo e quando passa il tram accorciano il guinzaglio.