A Leonard

Interno scuola. Aula di musica.

Facce annoiate di fronte alla prospettiva di dover ascoltare, ancora una volta, il suono acuto e umidiccio del flauto dolce in plastica color carne del compagno di banco. Suona la campanella e dopo qualche minuto non entra la solita insegnante. Al suo posto una signora, che al tempo doveva avere più o meno la mia età ora, ma che sembrava davvero una professoressa. Non si siede alla cattedra, prende un mangianastri dalla mensola, sfila dalla borsetta una musicassetta e poi si presenta. Sarà la nostra supplente solo per una settimana e “tanto vale” fare qualcosa d’interessante. Durante la seconda lezione ci farà provare a suonare un violino, dice, ma oggi non è riuscita a portarlo. L’hanno chiamata al volo e non è riuscita a organizzare nulla. Ci dice di mettere via i flauti e tiriamo un sospiro di sollievo.
Inserisce la musicassetta nel mangianastri e schiaccia play.
Nel terzo banco c’è questa ragazzina con l’apparecchio. Prima media, cresciuta ascoltando canzoni italiane di “Italian Graffiti” e tutto il repertorio gucciniano. Conosce De Andrè, ma la musica – fuori dai ristretti confini di casa – è qualcosa di lontano e incomprensibile. Letteralmente. Delle canzoni le piacciono i testi e se i testi non li capisce, lei capisce meno anche la musica. Al tempo non lo sapeva, ma i testi per lei sarebbero stati fondamentali. Ascolta De Gregori, Guccini e De Andrè e li trascrive parola per parola mettendo in pausa il mangianastri.
Ancora deve incontrare Bob Dylan, ancora deve incontrare Joan Baez, ancora Bowie, ancora i Clash, gli Smiths.
Fondamentalmente di musica ne capisce poco e forse col tempo non migliorerà granché.
La musica comincia a uscire, con retrogusto metallico, dalle casse in miniatura.
Come over to the window, my little darling, I’d like to try to read your palm. I used to think I was some kind of Gypsy boy before I let you take me home
Ancora una volta la ragazzina non ha idea di che cosa stia dicendo quella voce, ma tira una gomitata alla compagna che le sta soffiando nell’orecchio quanto sia “strana” la nuova insegnante.
“We met when we were almost young

deep in the green lilac park.
You held on to me like I was a crucifix,
as we went kneeling through the dark”

Ancora una volta non ha idea, ma vuole averla. Vuole capire che cosa stia dicendo quella voce che le arriva senza filtro, una forchettata che le arrotola le viscere con una delicatezza infinita. Qualcosa si muove.
La canzone finisce. La lezione finisce. La mattinata a scuola finisce.
E si va a casa, dove non c’è shazam a cui chiedere, nè internet. Quindi comincia a fare domande: a sua madre, che suo padre è fermo alle prime canzoni di Mina, a suo cugino che “è più grande, suona in un gruppo e magari lo sa”, alle compagne di pallavolo. Però è difficile “ritrovare” una canzone senza il web, con solo poche parole di testo assemblate a casaccio da una testa da sempre più propensa alla fantasia che alla memoria. Si va per tentativi ed è così che le capitano fra le mani e nelle orecchie le prime canzoni di Dylan o di Tom Waits. Per negazione. Non è lui. Non è quella voce. Mi piacciono molto, ma non sono quella cosa lì, quella che provoca una reazione totale da capo a piedi. Grazie dell’aiuto comunque.
Poi un giorno, mentre è stravaccata sul sedile posteriore della macchina, diretta fuori città, dall’autoradio esce quella voce. Proprio quella. Ed è lo speaker a fine brano a raccontarle di Leonard Cohen, di quella canzone, aprendole la porta lasciata accostata da quella supplente dall’aspetto straiato. E da lì sono state tante cassette, poi cd, e la musica trasferita sull’ i pod, mai abbandonata. I nuovi brani, album dopo album, sempre pieni di quel “senso” sentito la prima volta e di quelle parole che crescendo assumevano un senso, non solo lessicale.
Tante volte mi hai salvato dalla mancanza di parole. Quando la forchettata viscerale non era dolce, ma solo dolorosa. Dare le parole a qualcuno, rompere il silenzio.
“For now I need your hidden love.

I’m cold as a new razor blade.
You left when I told you I was curious,
I never said that I was brave”

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