S. Lucia

Novembre era il mese della “santità”. A partire dai suoi primi giorni i miei incominciavano a ricordarmi di S. Lucia, la magica notte fra il 12 e il 13 dicembre durante la quale la santa – a bordo del suo asinello – portava in giro per il mondo un carretto pieno di giocattoli e dolci per i bambini buoni. Bisognava incominciare a stare attenti: la santa ispezionava meticolosamente le nostre piccole vite e annotava ogni buona e cattiva azione. Passata la metà del mese incominciavano le visite serali. Poco prima o poco dopo la cena si sentiva un campanello suonare dietro la porta di casa, prima lontano, poi sempre più vicino. Allora correvamo alla porta e, stando ben attenti a non aprire e non sbirciare in alcun modo, raccontavamo alla santa le nostre gesta di bravi bambini e chiedevamo scusa per qualche piccolo, trascurabile, decisamente insignificante ai fini del conteggio, peccatuccio veniale. “Non ho fatto i compiti e la maestra mi ha dato una nota, ma me li ero davvero dimenticati!”. “Ho dato uno spintone al mio compagno, ma mi aveva preso in giro tutta la mattina!”. In nessun caso si doveva provare a vedere la santa, la punizione sarebbe stata terribile. Santa Lucia infatti lasciava sullo zerbino alcuni dolcetti o frutta secca, ma se ci fossimo azzardati ad aprire avremmo ricevuto in cambio cenere negli occhi. Mio fratello in effetti si domandava come mai il gatto, che più volte si era avventurato in iniziative di spionaggio, non fosse mai rimasto cieco. Tutto era giustificabile con una differente appartenenza di specie, così come i cugini più grandi potevano tranquillamente incontrare la santa e intercedere – non senza ricompensa – per noi, avendo superato l’età nella quale si ricevono doni.

Il pensiero degli anni che passavano e del rischio, incombente, di restare senza regali mi sfiorava di tanto in tanto, ma la mia fede era incrollabile ed ero pronta a tenere un comportamento inattaccabile e mostrare un temperamento mansueto e servizievole, sconosciuto ai più nei restanti undici mesi dell’anno.

Un giorno una compagna di classe precocemente inacidita dalla vita aveva preso da parte me e altre due amiche e ci aveva dichiarato che santa Lucia era una montatura. Lei lo sapeva, aveva visto che erano i suoi genitori a mettere i regali sotto l’albero e loro, interrogati, avevano confessato. Noi ci eravamo mostrate risolute nella difesa della nostra benefattrice: “Santa Lucia esiste, l’asino esiste, esiste anche Gesù bambino – che porta i doni la notte di Natale in Piemonte e quindi, per diritto di sangue, anche ai piemontesi di seconda generazione, come nel mio caso – la Befana esiste!”. Su Babbo Natale avevamo qualche riserva, avendolo visto diverse volte semi ubriaco davanti ai supermercati, ma – in fondo – chi eravamo per mettere in discussione il credo di qualcun altro? Il dubbio però serpeggiava fra le mie compagne e sentivo che era necessario un intervento risolutivo. All’età di sei anni, novella illuminista, studiai dunque un sistema per provare in modo inconfutabile l’esistenza della Santa. La sera del 12 dicembre, oltre alla consueta tazza di latte, i biscotti e la carota per l’asino, mi attrezzai con il tampone da inchiostro di mio padre e una sfilza di fogli bianchi con i quali circondai il perimetro del mio letto, ai piedi del quale, per consuetudine, trovavo i regali al mio risveglio. Che per somma gioia dei miei avveniva sempre intorno alle quattro del mattino fra grida di giubilo. Andai a letto animata da spirito scientifico e terrore di non trovare, all’alba, alcun segno del passaggio.

Ma la mattina dopo le tracce c’erano! Sui fogli bianchi era chiaramente impresso il segno di uno zoccolo. Avevo le prove! Quell’anno l’apertura dei regali fu un momento glorioso, perché sapevo che sarei arrivata a scuola armata del foglio con l’impronta dell’asino di santa Lucia. Nemmeno per un attimo mi sfiorò il dubbio che mia madre, alla quale avevo confidato il mio diabolico piano, si fosse potuta attrezzare di conseguenza. Entrai in classe alle otto brandendo la prova e, circondata dalle mie amiche estasiate, andai a sventolarla sotto il naso della miscredente che chissà cos’aveva mai fatto di così orribile per perdere così presto il diritto ai doni e costringere i suoi poveri genitori a comprargliene di compensativi.

Noi avevamo i regali, i dolci e la prova dell’esistenza della magia. Era Natale e di altro non c’importava.