Storia di una panchina

Rieducazione sentimentale contro il cinismo quotidiano

Ci sono quelle di montagna, che se ne stanno addormentate fuori dal rifugio per lunghi mesi invernali, sepolte sotto la neve, in silenzio. Aspettano il disgelo e il primo escursionista che, stanco per la salita, si abbandonerà sollevando lo sguardo verso la cima vicina. Ci sono quelle di mare, incrostate di salsedine, momentaneo trespolo di qualche gabbiano. Aspettano la bella stagione, le prime domeniche di sole, qualcuno che – per una breve fuga da sé stesso – ha scelto il mare d’inverno.

Aspettano quegli attimi di presente che ogni giorno, inconsapevoli e indifferenti, scorrono accanto alle panchine di città.

 

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Storia di una panchina

Rieducazione sentimentale contro il cinismo quotidiano

Ci sono quelli che arrivano in ritardo e quelli che aspettano – seduti sempre più vicino al bordo – con aria disinvolta, poi impaziente, poi stanca. Si voltano a destra e a sinistra, guardano il cellulare distrattamente per controllare l’ora, per far scorrere più rapidamente qualche minuto in un like. Che poi chissà come mai quelli in ritardo sono sempre attesi da quelli più puntuali, che si arrabbiano, che pensano “La prossima volta mi presento mezz’ora dopo”. Poi dopo mezz’ora l’altro arriva e basta quel mezzo sorriso a mani giunte per sciogliere tutto in una smorfia di rimprovero poco credibile.

Storia di una panchina

Rieducazione sentimentale contro il cinismo quotidiano

Ci sono quelli che la domenica – soprabito, cappello e scarpe in tinta – ascoltano la partita con la radiolina portatile. A volte la frequenza è disturbata e la radio non prende bene. Allora alzano il volume al massimo, disturbando il ragazzo seduto a fianco che sta cercando di chiamare la sua ragazza via skype.

Storia di una panchina

Rieducazione sentimentale contro il cinismo quotidiano

Ci sono quelli che parlano senza sosta. Parlano di tutto e non lasciano nemmeno un momento di silenzio. E lo capisci che stanno colmando l’imbarazzo, che non gl’interessano le cose di cui stanno parlando, che hanno testa e cuore altrove. Quelli lì, alla fine, o si baciano o si danno appuntamento a un “quando capiti da queste parti” che poi – però – non capita mai.

Le panchine rosa shocking

Poi c’è stata quella volta che cercavano volontari per allestire la festa dell’Unità ed era agosto e faceva un caldo terribile. L’area della festa era appena fuori città in un terreno non alberato, in piena campagna, strategicamente attraversato da tralicci dell’alta tensione che emettevano un piacevole sfrigolio dall’eco di salamella. Che questo non fosse un incentivo per trovare allestitori disposti a lavorare gratuitamente è – direi – un’ovvietà tale che non meriterebbe di essere esplicitata. Però è bene dire che qualche volenteroso c’era e nelle fila di quei volonterosi mi ero spontaneamente arruolata. Troppo inesperta per montare le strutture, incapace di guidare il muletto, decisamente deboluccia per occuparmi dei carichi pesanti ero stata incaricata di sistemare tavoli e panche per i ristoranti. Molti ricordano le loro estati perché sono state quelle del primo bacio, della prima sbronza, della prima alba vista con gli amici, io ricordo l’estate del 2004 come l’estate in cui imparai ad usare la smerigliatrice, la sparachiodi e l’aerografo a pistola. Mi era stata consegnata una dotazione di vernice bianca, rossa e grigio metallizzato con la quale avrei dovuto dipingere le panche una volta rabberciate ed ero stata abbandonata sotto il tendone del Gambero Rosso a lavorare. Cinque ore e due litri di sudore dopo il lavoro era compiuto: una trentina di panchine rosa shocking e grigio metallizzato luccicavano di vernice fresca sotto il sole serale.

Fu molto amaro constatare che il mio capolavoro non aveva riscosso il successo della critica ufficiale, che avrebbe di gran lunga preferito un percorso creativo di minor stravaganza e una più stretta osservanza del tradizionale rosso/bianco (in omaggio alle tovaglie di carta plastificata a quadri). Per qualche ragione, l’anno seguente, venni d’ufficio assegnata all’organizzazione dei turni e dell’info point, mentre le panchine rosa – nonostante la dismissione dell’area feste – “viaggiano” ancora oggi fra le feste di paese della provincia.