Poetar coi fanti. Con tante scuse a Guido Catalano.

Appunti dalla prosotrincea. 

In prima linea, ma a mezza via.

Sarebbe poi bello saper scrivere come quel poeta lì, quello che dice cose tanto poetiche parlando di cose tanto banali. Come uno che ti dichiara il suo amore dicendo che proprio non può sopportare le persone che mangiano di fretta, perché gli trasmettono la fastidiosa sensazione che non si sappiano godere la vita, che siano sempre da un’altra parte, che siano distratte rispetto al bello e che nella vita non c’è nulla di più intollerabile del non saper apprezzare il bello e goderselo, lì per lì, quando capita. E che nonostante non possa sopportare le persone che mangano in fretta, che non vedono il bello, che non si godono il momento, ti ama lo stesso perché sei tu e tu gli stai sulle scatole in modo speciale.

Oppure come chi sa descrivere l’autentica malinconia di una giornata di sole estivo, quando tutto è illuminato, quasi riarso, e stai portando in stazione l’ultimo amico rimasto in città, che parte finalmente per le ferie. Scarichi la valigia, di quelle da quindici giorni, e la borsa da spiaggia. Lo accompagni sul binario e mentre butta il mozzicone di sigaretta prima di salire sul treno in partenza gli auguri buone vacanze e imbocchi le scale del sottopasso. Mentre scendi senti il fischio del capotreno e il soffio delle porte che si chiudono e pensi che per almeno una decina di giorni la città è tua. Drammaticamente tua. Che non c’è niente di bello nella solitudine a cui bisogna rassegnarsi. La solitudine è bella se attiva, passiva è una grandiosa fregatura.

O come chi sa raccontare di quella volta che si era preparato per un incontro al bar neppure si trattasse di un appuntamento col destino. Si era preso del tempo, aveva scelto con cura perfino i calzini, perché – si sa – i calzini sono un indumento rivelatore. Una bella giacca la possono scegliere tutti, una cravatta comunica, quasi con impudenza, un preciso messaggio allo spettatore. Larga presidenziale, sottile e annodata lasca Sex Pistols, a fiocco risorgimentale,  sottile e annodata stretta macosatièvenutomainmente. L’intimo poi, una volta che ci sei arrivato, non puoi mica far tante storie. Magari ti dice qualcosa, ma se è un messaggio di conferma tutto bene, altrimenti bene uguale e se ne riparla la volta prossima. Mica si può giudicare l’apparenza arrivati all’intimo. Il calzino invece viola le regole. Normalmente trascurato, potenzialmente visibile anche durante un semplice caffè, dice più di quel che dovrebbe dire: ammicca e insinua come la portinaia che “non vorrei dire, anzi di sicuro mi sbaglio, ma…“. Dunque avevamo lasciato il nostro scrittore, che sarebbe bello esistesse e potesse scrivere come quel poeta che compone cose tanto poetiche a partire da cose tanto banali, in piedi davanti al bar, a guardare distrattamente il telefonino e controllare, con il secondo piano sfumato della macchina da presa cranica, l’effetto del calzino in controluce. Poi in penombra. Poi nella luce verdognola dell’insegna ormai accesa. E lo lasciamo lì, lo scrittore con tanta poesia da tirar fuori dalle cose banali e così tante banali occasioni mancate. Tutte sprecate ad attendere un appuntamento col destino che si è anche dimenticato di rimandare, lui si, con due banali parole di scusa su Whatsapp.

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Amore, polpette e tante scuse a Frida Kahlo.

Ti meriti un amore che sfugga ai saggi consigli, agli articoli su “come restare felici a lungo insieme”. Che non ami i tuoi difetti, che sappia dirtelo e che non finga che va sempre tutto comunque bene, con tutto il coraggio che comporta. Che sappia dirti che tu vai bene, perché lo sai, ma a volte serve un ripasso. Che trovi il tempo, anche quando non c’è, per fermarsi ad ascoltare. Ti meriti un amore con cui stare in silenzio, senza smettere mai di condividere i pensieri importanti. Che non risponda per frasi fatte, che ti sappia stupire per quello che è, che tu sappia stupire per quello che sei. Che ti dia sicurezza, tenendo lontana l’abitudine. Un amore per il quale tu sia un punto fermo, ma mai scontato.

Che non si vergogni di dedicarti una canzone, che non trovi banale ricordarsi piccoli eventi di poco conto, che ammosci il conflitto in una risata strappata, come la spoletta di quella granata che stavi lanciando, disinnescata proprio quando c’erano tutte le premesse per una terza guerra mondiale. Che conosca i tuoi punti deboli e non li usi mai contro di te. Che ti abbia mostrato i suoi punti deboli, perché sa che i superpoteri non esistono. Che vuole esistere ed esserci per te. Un amore con cui mangiare, dormire, fare la rivoluzione.

Che ti faccia sentire a casa anche quando non ci sei, che è una cosa semplice, ma impossibile da fare solo seguendo – passo a passo – una ricetta dettata da altri, anche la migliore. Come le polpette.

 

Storia di una panchina

Rieducazione sentimentale contro il cinismo quotidiano

Ci sono quelle di montagna, che se ne stanno addormentate fuori dal rifugio per lunghi mesi invernali, sepolte sotto la neve, in silenzio. Aspettano il disgelo e il primo escursionista che, stanco per la salita, si abbandonerà sollevando lo sguardo verso la cima vicina. Ci sono quelle di mare, incrostate di salsedine, momentaneo trespolo di qualche gabbiano. Aspettano la bella stagione, le prime domeniche di sole, qualcuno che – per una breve fuga da sé stesso – ha scelto il mare d’inverno.

Aspettano quegli attimi di presente che ogni giorno, inconsapevoli e indifferenti, scorrono accanto alle panchine di città.

 

Incipit

Non sono mai stata brava con gli addii, ma – ad essere completamente onesta – non sono mai stata brava nemmeno con gl’inizi. La mia maestra alle scuole elementari ripeteva sempre “Chi ben comincia è a metà dell’opera”. Forse per questo ho sempre cominciato dall’inizio e non da metà. Fatico a incominciare bene e penso che in fondo anche questo racconto non faccia eccezione. Se vale la regola delle prime impressioni probabilmente nessun lettore avrà superato queste prime righe. Mi auguro davvero che nella vita reale non tutto si muova secondo le regole non scritte dei detti popolari. Questa storia invece era iniziata bene. Dall’inizio e non da metà, ma bene. Un inizio di quelli classici, che sarebbero davvero perfetti per la seconda o terza pagina di un romanzo.

Considerato però che non sono brava a iniziare le cose partirò dalla fine. Potrebbe rivelarsi un buon inizio.