Niente

Che poi non so, non so mai bene cosa pensare di quelli che pian piano (o svelti svelti) diventano esattamente quello che criticavano fino a un secondo (o un secolo) prima. E di quelli che “due pesi e due misure”. Poi anche un po’ di quelli che “Ti prego non farmi mai una cosa del genere” e poi la fanno loro per primi. A te.

Di quelli che per riconfermare le proprie scelte devono per forza smontare quelle degli altri e che non lasciano passare conversazione senza un “Ah io questa cosa/persona proprio non la tollero” . Poi non so bene cosa pensare di quelli che hanno così tanto bisogno di sentirsi al riparo dal loro passato – pur essendo ovviamente sicurissimi della loro carriera presente – da fingere che non sia mai esistito. “Che poi io alla festa dei 18 anni del tale non ci sono mai andato…in fondo c’è qualche foto sul mio profilo a dimostrarlo?” . Di quelli che “Io mi sono fatto da solo” , che se non era per una pietosa mano nei tempi bui ora sarebbero i “falliti” che guardano con tanta sicurezza dall’alto al basso.

E non so bene cosa pensare di chi non sa dire grazie, di chi chiede sempre scusa ma poi rifà puntualmente la stessa cosa, di chi si prodiga nell’elargire promesse non richieste e non le mantiene. Non so che dire di chi si mostra sicuro in pubblico, si definisce insicuro in privato e per superare questa tremenda dicotomia si getta con istinto vorace sul consenso esteriore e lascia indietro sull’asfalto, semi masticato, il sostegno dei compagni che lo hanno spinto – tremolante di birra grama – lungo strada. Sempre quelli dei tempi bui. Che però non sono mai esistiti.

Non so che dire di chi dimentica, perché mi ha sempre fatto una gran paura l’assenza di passato. Non so che dire di chi rielabora, costantemente, in modo estenuante, un passato a suo immaginifico consumo.

In fondo non so che dire nemmeno di chi, non sapendo cosa dire, scrive un lungo elenco di niente, che sa proprio di niente.

Scarti 4 (Repertorio dei matti della città di Parma)

Uno era il duca Ranuccio I Farnese. Quando nel 1618 il granduca di Toscana Cosimo II – diretto a Milano in pellegrinaggio sulla tomba di San Carlo – annunciò che avrebbe fatto sosta alla corte Farnese, Ranuccio si rese conto che a Parma non c’era un teatro in grado di competere con lo sfarzo architettonico della città toscana. Non volendo assolutamente fare la figura del duca di provincia, decise di farne edificare uno, ma il tempo era poco e i materiali pregiati, come marmo e graniti, difficili da reperire e trasportare in città. Venne perciò predisposto un progetto per un teatro ligneo, ma la visita del granduca venne annullata. Il progetto tuttavia non venne accantonato e circa dieci anni dopo il teatro venne finalmente ultimato, decorato con statue in stucco e affrescato in modo da riprodurre un “effetto marmo”. Ranuccio frattanto era morto e a lui era succeduto Odoardo il quale, per non venir meno alla tradizionale “grandeur” familiare, decise di inaugurare il teatro con una naumachia. Come prevedibile, una volta liberato dalle acque (ma non dall’umidità) il teatro ammuffì, con gran disappunto ducale.

Scarti 3 (Repertorio dei matti della città di Parma)

Una era una signora che abitava dalle parti di viale Piacenza. Indossava sempre abiti con una certa pretesa di eleganza, ma che in realtà sembravano usciti dai magazzini di un teatro. Abbinava tubini di raso con cerchietti piumati, gonne con le balze e borsette con le paillettes.

Percorreva sempre la stessa strada: viale Piacenza, via Lanfranco, via Savani, via Pasini per poi entrare nel Parco Ducale e sparire in mezzo alle famiglie e alle fluorescenti tute da jogging. Fumava, lo sguardo fisso davanti a sè e non parlava quasi mai con nessuno, tranne quando incontrava una coppia che evidentemente le piaceva. Allora s’illuminava e diceva “Scusate se v’interrompo, siete davvero carini insieme, mi ricordate me e mio marito”. Poi continuava la sua silenziosa e solitaria passeggiata.

Scarti 2 (Repertorio dei matti della città di Parma)

Uno era il Matt Sicuri. Girava per il centro di Parma in compagnia della sua bicicletta, sulla quale caricava cartoni e vecchi giornali. Non aveva mai voluto accettare le offerte di un ricovero o di una sistemazione migliore. La sera andava a dormire nel cortile dello stabile che ospitava il ristorante S. Ambrogio, in via S. Ambrogio 3. In città ora c’è un suo monumento, circondato dai tavolini di un ristorante.

Scarti (Repertorio dei matti della città di Parma)

Uno era ospite della fattoria di Vigheffio. Un giorno l’associazione Ottavo Colore aveva organizzato una mostra alla fattoria. Foto, testi e video che parlavano delle discriminazioni nei confronti dei gay e di come potessero essere superate grazie allo sport che, si sa, educa al rispetto reciproco e allo stare insieme e tutte quelle cose lì. Raccontano che insieme ad un amico quel tale stesse sulla soglia della stanza dov’era stata allestita l’esposizione. I due spiavano dentro, apparentemente incuriositi. Allora uno degli organizzatori si era avvicinato e li aveva invitati a entrare per dare un’occhiata, ma lui – serissimo – aveva risposto bisbigliando sottovoce: “No, dentro meglio di no. Lì dentro sai, ci sono quelli strani”.