Storia di una panchina

Rieducazione sentimentale contro il cinismo quotidiano

Ci sono quelli che la domenica – soprabito, cappello e scarpe in tinta – ascoltano la partita con la radiolina portatile. A volte la frequenza è disturbata e la radio non prende bene. Allora alzano il volume al massimo, disturbando il ragazzo seduto a fianco che sta cercando di chiamare la sua ragazza via skype.

Storia di una panchina

Rieducazione sentimentale contro il cinismo quotidiano

Ci sono quelli che parlano senza sosta. Parlano di tutto e non lasciano nemmeno un momento di silenzio. E lo capisci che stanno colmando l’imbarazzo, che non gl’interessano le cose di cui stanno parlando, che hanno testa e cuore altrove. Quelli lì, alla fine, o si baciano o si danno appuntamento a un “quando capiti da queste parti” che poi – però – non capita mai.

Storia di una panchina

Rieducazione sentimentale contro il cinismo quotidiano

Ci sono quelli con il bastone e un cane stanco al guinzaglio. Si siedono con la Gazzetta dello Sport, ma poi se l’appoggiano a fianco. In testa una data che non corrisponde a quella sul giornale. Guardano un punto fra il cielo e il semaforo e quando passa il tram accorciano il guinzaglio.

Una panchina

C’era questa panchina, una panchina come tante altre. Non era una bella panchina, ma non era nemmeno malandata. Una panchina verde, di legno, di quelle con le assi grandi. A pensarci bene abbastanza banale. Ero già passata vicino a quella panchina diverse volte, solo che ancora non sapevo che sarebbe stata lei. Non l’avevo nemmeno notata, immersa nella sequenza di alberi, cestini e fontanelle tutte uguali.

Una panchina selvatica, non ancora addomesticata.

In effetti è stato il caso a portarmi lì, seduta in pieno agosto, di fronte a un Po stanco, assediata dai moscerini. Non pensavo fosse una buona idea andare e la ragione aveva perorato a lungo le ottime motivazioni di una resa a tavolino strategica. Troppo lontanta, troppo complicata, troppo sconosciuta, troppo. Però alla fine sono approdata su questa panchina, un posto di ripiego, uno spazio in cui provare a recitare il gioco del “vediamo come va”.

Così la panchina è diventata una stazione e si è moltiplicata in infinite panchine: panchine in marmo, panchine in legno, fatte con assi sottili, con lo schienale, senza lo schienale, in pietra, piene di scritte, perfettamente pulite, panchine solitarie e panchine condivise. E ancora panchine nelle sale d’aspetto, sui binari, nei parchi, nelle biglietterie, panchine per appoggiare lo zaino alla ricerca di un libro o per sedersi stanchi dell’attesa.

E ci sono tornata su quella panchina, felice facendoci caso, con la consapevolezza che ero io quella che si stava lasciando addomesticare e che era un bel gioco, ma anche con l’arroganza tipica dei momenti felici, che si credono eterni. Altrimenti viverli sarebbe disumano.

Felice facendoci caso mi sono seduta su molte altre panchine, fino a quando non mi sono dovuta sedere su un’altra panchina, che dava le spalle a lei, alla prima, e al fiume.

E a quel punto il fiume scorreva al contrario.

Sono tornata a trovarla. Era ancora lì e non mi aspettavo fosse altrimenti. La occupava un ragazzo, suonava la sua chitarra da solo. Sono rimasta qualche minuto alle sue spalle ad osservarlo e ho scattato una foto.

La canzone non la conoscevo. Era molto bella.