Qualcuno con cui correre

La mia idea di felicità può stare nell’abitacolo di un’utilitaria che rientra in città la domenica sera  lungo la via Emilia. E non importa dove si è stati, ma l’autoradio trasmette quella musica che lascia spazio alle parole e le parole non vengono spese perché non sono necessarie. Ci si riposa, ci si concede il lusso di un silenzio per due.

La mia idea di felicità è un tavolo in pizzeria e una discussione sul Settecento italiano. La miglior zuppa inglese. La crisi da cui non si esce. Una serata trascorsa a ballare musica di merda e le Variazioni di Goldberg di Bach sul divano la mattina dopo. La colazione alle 11.00, con la tavola apparecchiata. A cena sushi sul divano. Un letto per due, un libro ciascuno e la finestra aperta quel tanto da far entrare la strada nella stanza.

La mia idea di felicità è non dover controllare il telefono, ma sapere che un messaggio c’è. La mia idea di felicità è inventare un modo per stupire, uno per far sorridere, uno per dare una mano. La mia idea di felicità è avere cura, ma rinunciare al controllo.

La doccia prima di andare a letto o dopo una corsa. L’odore delle librerie. Se hai bisogno chiama. I discorsi impegnati, le maratone di telefilm, il sabato mattina, le riunioni con la passione di mezzanotte, il Martini del venerdì sera. Fotografare tutto l’essenziale. Fotografare soprattutto cose inutili.

La mia idea di felicità è trovare uno specchio che rifletta le mie contraddizioni. E magari non soltanto quelle.

Advertisements

Niente

Che poi non so, non so mai bene cosa pensare di quelli che pian piano (o svelti svelti) diventano esattamente quello che criticavano fino a un secondo (o un secolo) prima. E di quelli che “due pesi e due misure”. Poi anche un po’ di quelli che “Ti prego non farmi mai una cosa del genere” e poi la fanno loro per primi. A te.

Di quelli che per riconfermare le proprie scelte devono per forza smontare quelle degli altri e che non lasciano passare conversazione senza un “Ah io questa cosa/persona proprio non la tollero” . Poi non so bene cosa pensare di quelli che hanno così tanto bisogno di sentirsi al riparo dal loro passato – pur essendo ovviamente sicurissimi della loro carriera presente – da fingere che non sia mai esistito. “Che poi io alla festa dei 18 anni del tale non ci sono mai andato…in fondo c’è qualche foto sul mio profilo a dimostrarlo?” . Di quelli che “Io mi sono fatto da solo” , che se non era per una pietosa mano nei tempi bui ora sarebbero i “falliti” che guardano con tanta sicurezza dall’alto al basso.

E non so bene cosa pensare di chi non sa dire grazie, di chi chiede sempre scusa ma poi rifà puntualmente la stessa cosa, di chi si prodiga nell’elargire promesse non richieste e non le mantiene. Non so che dire di chi si mostra sicuro in pubblico, si definisce insicuro in privato e per superare questa tremenda dicotomia si getta con istinto vorace sul consenso esteriore e lascia indietro sull’asfalto, semi masticato, il sostegno dei compagni che lo hanno spinto – tremolante di birra grama – lungo strada. Sempre quelli dei tempi bui. Che però non sono mai esistiti.

Non so che dire di chi dimentica, perché mi ha sempre fatto una gran paura l’assenza di passato. Non so che dire di chi rielabora, costantemente, in modo estenuante, un passato a suo immaginifico consumo.

In fondo non so che dire nemmeno di chi, non sapendo cosa dire, scrive un lungo elenco di niente, che sa proprio di niente.

Il gatto Berlinguer

Esistono al mondo molte tipologie di genitore: l’apprensivo, il lassista, l’amico, il padre padrone, la madre matrona, i disattenti, gli onnipresenti, gli sbadati, i perfezionisti. Genitori dinamici, precocemente invecchiati, imbarazzanti, idolatrabili, detestabili, multitasking, monotematici. Poi ci sono i genitori burloni. I genitori burloni sono quelli che utilizzano, per il loro personale sollazzo, l’ingenuo spirito fanciullino dei figli, facendogli credere qualsiasi fesseria grazie ad un mix costante di autorevolezza e “faccia da tolla”.

Questa è la storia di una bambina di quattro anni a cui i genitori avevano fatto credere che il gatto dei vicini, un meticcio bianco e rosso dall’aspetto austero, si chiamasse Berlinguer. La bambina, ignara delle risate che si consumavano alle sue spalle, ogni volta che scendeva nel giardino condominiale perdeva il fiato gridando al vento “Berlinguer! Berlingueeeeer!” nella – vana – speranza che l’adorabile bestiola emergesse da un cespuglio per poterla accarezzare. Il gatto era una gatta e si chiamava Puffy. I vicini erano vicini e si chiedevano come mai una bambina dall’aria così graziosa passasse ore a invocare invano il nome del leader del partito Comunista morto anni prima. I genitori avrebbero rimpianto la loro scriteriata scelta quando, molti anni dopo, la bambina cresciuta si sarebbe dichiarata convintamente marxista, rifiutando ogni compromissione con il loro asservimento alle logiche borghesi. Del gatto sappiamo solo che nacque Puffy, morì Berlinguer.

Dittico (parte II)

A volte mi stupisco quando mi chiedono di dove sono e rispondo “di Parma“. Perché è difficile considerarsi parmigiani, se non si è – come si dice da queste parti – parmigiani del sasso.

Se i cappelletti in casa si mangiavano solo d’inverno e non si chiamavano cappelletti, ma anolini, se la prima porzione di caval pist* l’hai mangiata quando eri all’università, se “Ma da bò?” e “Ghe mèl” non avevano nessun significato prima degli anni del liceo. Se il 23 giugno non hai mai fatto la tortellata di San Giovanni e – a voler essere precisi – di casa erano più gli agnolotti e i tortelli di zucca che quelli di erbette. Se il bif e il lampostil hanno avuto bisogno di una traduzione da parte d’interlocutori sconcertati, se la carpetta e il panetto non è che fossero proprio concetti chiari. Se la prima gita a Lago Santo l’hai fatta alle soglie dei trent’anni, se per andare al mare non facevi mai l’autostrada della Cisa. Se non hai mai avuto la formaggiera a forma di parmigiano, se tua nonna non cucinava tutto condendolo con due etti di burro (tanto per incominciare).

A volte mi stupisco quando, soprappensiero, rispondo che “vivo a Parma”, come se fossi nata da qualche altra parte. E penso che mi sono sempre sentita un po’ fuori posto. E penso che è proprio strano sentirsi ospiti in casa.

*Piatto tipico parmigiano a base di carne di cavallo cruda

 

Bundesliga

C’è questa cosa, che io non riesco a non scoppiare a ridere ogni volta che sento la parola Bundesliga. A volte mi capita anche quando la leggo o quando inavvertitamente, per una serie di collegamenti mentali, più o meno misteriosi, mi trovo a pensarla. Fino a quando mi sono occupata di teatro del Settecento ammetto che il problema aveva, nella mia vita, un carattere del tutto marginale. Anche quando facevo la segretaria, la bibliotecaria, la web content writer, la correttrice di bozze, la fotografa, l’organizzatrice di campagne elettorali. Persino quando facevo la barista alle feste dell’Unità, perché era un bar, certo, ma pur sempre un bar in cui al massimo si parlava d’innocui campionati della Lega italiana.

Ora per lavoro mi occupo – anche – dei campionati di calcio europei e mi sono ritrovata ad inventare lunghissime perifrasi per non dover ricorrere al sintetico ed efficace termine puntuale. E pensavo che è curioso, che di solito dal tedesco all’italiano si abbrevia e non si allunga.