Storia di una panchina

Rieducazione sentimentale contro il cinismo quotidiano

Ci sono quelle di montagna, che se ne stanno addormentate fuori dal rifugio per lunghi mesi invernali, sepolte sotto la neve, in silenzio. Aspettano il disgelo e il primo escursionista che, stanco per la salita, si abbandonerà sollevando lo sguardo verso la cima vicina. Ci sono quelle di mare, incrostate di salsedine, momentaneo trespolo di qualche gabbiano. Aspettano la bella stagione, le prime domeniche di sole, qualcuno che – per una breve fuga da sé stesso – ha scelto il mare d’inverno.

Aspettano quegli attimi di presente che ogni giorno, inconsapevoli e indifferenti, scorrono accanto alle panchine di città.

 

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Le parole in controtempo

Le parole in controtempo sono quelle che suonano bene, ma nel contesto sbagliato, sono quelle che abbiamo aspettato a lungo e che arrivano quando ormai ascoltarle ci provoca solo un tiepido sorriso, sono quelle che sono state rimandate – in attesa nel momento giusto, della giusta situazione, in attesa di essere formulate con la giusta forma  e il giusto modo – sono quelle di cui abbiamo immaginato il suono, anzi, la sensazione che avrebbero provocato. Sollievo, gioia, sicurezza, liberazione. Le parole in controtempo non sono mai sbagliate, sono state pesate a lungo, e – anche quando sono improvvisate –  vengono da lontano e con i movimenti intorpiditi dalla stanchezza ci inciampano addosso. E noi le schiviamo. Sono quelle che noi avremmo voluto sentir pronunciare in tante occasioni e in altrettante non siamo stati capaci di dire. Le parole in controtempo sono quelle a cui è mancato il coraggio, sono quelle imprigionate dalla cautela, sono quelle per cui non c’è stato il tempo. Quando un tempo dovrebbe esserci sempre.

Sono un “resta” quando ce ne siamo andati senza muovere un passo, sono un “ci ha convinto” quando abbiamo chiuso un progetto nel cassetto, sono un “se hai bisogno chiama” quando non abbiamo più voglia di parlare, sono scuse, abbracci, critiche in piena faccia, consapevolezze e addii fatti per bene.

Le parole in controtempo sviluppano la trama dei nostri “alla fine vedrai” e “te l’avevo detto“. Ci danno ragione e, forse, fanno sentire meglio quelli che le pronunciano. Ci schiaffano davanti tutta l’insensatezza del tempo speso ad aspettare una soddisfazione che, a conti fatti, non ha nessun sapore. Perché ogni parola ha il suo tempo e quando suona tardi contribuisce alla costruzione di un discorso mai completamente chiuso, ma ormai privo di significato. Un discorso incompiuto, col suo potenziale inespresso, con tutti i mondi che avrebbe potuto, ma non ha voluto, costruire.

A che serviranno tutti questi discorsi? Forse a raccontare altri mondi, impossibili per il nostro, limitato, tempo lineare.

Epocali

Di quando contestai la prima del Regio. Di quando contestai la riforma Zecchino. Di quando contestai la riforma Moratti. Di quando contestai Carlo Azeglio Ciampi all’ingresso della Messa da Requiem di Verdi. Di quando contestai la guerra in Afganistan, la Monsanto, Berlusconi ed Elvio Ubaldi. Di quando contestai l’occupazione, perché era meglio l’autogestione e l’anno dopo contestai l’autogestione, perché era più coerente occupare. Di quando contestai il capitalismo americano e le sue multinazionali, poi arrivò l’11 settembre e improvvisamente nessuno aveva più una gran voglia di contestare.

Qualcuno con cui correre

La mia idea di felicità può stare nell’abitacolo di un’utilitaria che rientra in città la domenica sera  lungo la via Emilia. E non importa dove si è stati, ma l’autoradio trasmette quella musica che lascia spazio alle parole e le parole non vengono spese perché non sono necessarie. Ci si riposa, ci si concede il lusso di un silenzio per due.

La mia idea di felicità è un tavolo in pizzeria e una discussione sul Settecento italiano. La miglior zuppa inglese. La crisi da cui non si esce. Una serata trascorsa a ballare musica di merda e le Variazioni di Goldberg di Bach sul divano la mattina dopo. La colazione alle 11.00, con la tavola apparecchiata. A cena sushi sul divano. Un letto per due, un libro ciascuno e la finestra aperta quel tanto da far entrare la strada nella stanza.

La mia idea di felicità è non dover controllare il telefono, ma sapere che un messaggio c’è. La mia idea di felicità è inventare un modo per stupire, uno per far sorridere, uno per dare una mano. La mia idea di felicità è avere cura, ma rinunciare al controllo.

La doccia prima di andare a letto o dopo una corsa. L’odore delle librerie. Se hai bisogno chiama. I discorsi impegnati, le maratone di telefilm, il sabato mattina, le riunioni con la passione di mezzanotte, il Martini del venerdì sera. Fotografare tutto l’essenziale. Fotografare soprattutto cose inutili.

La mia idea di felicità è trovare uno specchio che rifletta le mie contraddizioni. E magari non soltanto quelle.

Niente

Che poi non so, non so mai bene cosa pensare di quelli che pian piano (o svelti svelti) diventano esattamente quello che criticavano fino a un secondo (o un secolo) prima. E di quelli che “due pesi e due misure”. Poi anche un po’ di quelli che “Ti prego non farmi mai una cosa del genere” e poi la fanno loro per primi. A te.

Di quelli che per riconfermare le proprie scelte devono per forza smontare quelle degli altri e che non lasciano passare conversazione senza un “Ah io questa cosa/persona proprio non la tollero” . Poi non so bene cosa pensare di quelli che hanno così tanto bisogno di sentirsi al riparo dal loro passato – pur essendo ovviamente sicurissimi della loro carriera presente – da fingere che non sia mai esistito. “Che poi io alla festa dei 18 anni del tale non ci sono mai andato…in fondo c’è qualche foto sul mio profilo a dimostrarlo?” . Di quelli che “Io mi sono fatto da solo” , che se non era per una pietosa mano nei tempi bui ora sarebbero i “falliti” che guardano con tanta sicurezza dall’alto al basso.

E non so bene cosa pensare di chi non sa dire grazie, di chi chiede sempre scusa ma poi rifà puntualmente la stessa cosa, di chi si prodiga nell’elargire promesse non richieste e non le mantiene. Non so che dire di chi si mostra sicuro in pubblico, si definisce insicuro in privato e per superare questa tremenda dicotomia si getta con istinto vorace sul consenso esteriore e lascia indietro sull’asfalto, semi masticato, il sostegno dei compagni che lo hanno spinto – tremolante di birra grama – lungo strada. Sempre quelli dei tempi bui. Che però non sono mai esistiti.

Non so che dire di chi dimentica, perché mi ha sempre fatto una gran paura l’assenza di passato. Non so che dire di chi rielabora, costantemente, in modo estenuante, un passato a suo immaginifico consumo.

In fondo non so che dire nemmeno di chi, non sapendo cosa dire, scrive un lungo elenco di niente, che sa proprio di niente.

Il gatto Berlinguer

Esistono al mondo molte tipologie di genitore: l’apprensivo, il lassista, l’amico, il padre padrone, la madre matrona, i disattenti, gli onnipresenti, gli sbadati, i perfezionisti. Genitori dinamici, precocemente invecchiati, imbarazzanti, idolatrabili, detestabili, multitasking, monotematici. Poi ci sono i genitori burloni. I genitori burloni sono quelli che utilizzano, per il loro personale sollazzo, l’ingenuo spirito fanciullino dei figli, facendogli credere qualsiasi fesseria grazie ad un mix costante di autorevolezza e “faccia da tolla”.

Questa è la storia di una bambina di quattro anni a cui i genitori avevano fatto credere che il gatto dei vicini, un meticcio bianco e rosso dall’aspetto austero, si chiamasse Berlinguer. La bambina, ignara delle risate che si consumavano alle sue spalle, ogni volta che scendeva nel giardino condominiale perdeva il fiato gridando al vento “Berlinguer! Berlingueeeeer!” nella – vana – speranza che l’adorabile bestiola emergesse da un cespuglio per poterla accarezzare. Il gatto era una gatta e si chiamava Puffy. I vicini erano vicini e si chiedevano come mai una bambina dall’aria così graziosa passasse ore a invocare invano il nome del leader del partito Comunista morto anni prima. I genitori avrebbero rimpianto la loro scriteriata scelta quando, molti anni dopo, la bambina cresciuta si sarebbe dichiarata convintamente marxista, rifiutando ogni compromissione con il loro asservimento alle logiche borghesi. Del gatto sappiamo solo che nacque Puffy, morì Berlinguer.